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Emanuele Manco
Scritti, impressioni, opinioni.
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Il Mito è tornato. Star Trek non è solo una saga di fantascienza, ma una delle rappresentazioni più alte del viaggio dell'Eroe. C'è il presagio di grandezza, che può essere accompagnato da una tragedia. C'è l'ascesa alla grandezza. Ci sono i compagni di viaggio, personaggi anche apparentemente ostili, ma che diventeranno amici dell'eroe e lo aiuteranno a compiere il suo destino. C'è un mentore, che deve mostrare all'Eroe il cammino cha ha davanti. C'è un grande antagonista. E quindi c'è la Prova. Il momento in cui l'Eroe dovrà affrontare il suo Destino e dimostrarsi all'altezza.
Ecco che quindi J.J. Abrams non ha raccontato altro che questo. Ma lo ha fatto dannatamente bene.
L'impresa era ardua. Riprendere dei personaggi che hanno fatto storia, James T. Kirk, Spock, Leonard McCoy, Hikaru Sulu, Pavel Checov, Uhura, Montgomery Scott e riscriverne la leggenda. Roba da fare tremare i polsi a chiunque.
Non fate caso a quelle che il fan riterrebbe delle incongruenze. Dimenticate il fanatismo di chi osserva, con saccenza, che l'avvenimento "X" contraddice quello che è stato detto nell'episodio "tal dei tali".
In verità dei fan Abrams non se ne è dimenticato, riuscendo a riscrivere le origini del Mito, senza rinnegarlo. Complimenti a Roberto Orci e Alex Kurtzman, o forse allo stesso Abrams, per la trovata che chiude il cerchio, con una logica assolutamente ineccepibile.
Tutti bravi. A cominciare dal regista e produttore, J.J. Abrams che confeziona un film senza un attimo di stanca, con un ritmo incalzante, con serrati colpi di scena e tante emozioni.
Non dimenticherò mai Hikaru Sulu che affronta un romulano all'arma bianca, in bilico su una piattaforma sospesa sopra il pianeta Vulcano.
Sono emozioni vere, che non possono lasciarci indifferenti, raccontate con personaggi archetipici, che vivono avventure dalla valenza universale. Poco importa che viaggino sopra astronavi, anziché su carri alati, o che usino il teletrasporto invece di un incantesimo. La magia è la stessa. Fidatevi.
Ottimi, tutti, gli interpreti. Senza timori reverenziali non scimmiottano i precedenti illustri, ma danno il loro contributo assolutamente personale alla leggenda. Una scelta di casting felicissima.

Forse è appena sufficiente Eric Bana, il cui personaggio, l'antagonista Nero, è però un cattivo da antologia.
E non possiamo dimenticare il duo di mentori che guida i nostri eroi: l'ottimo Bruce Greenwood, nel ruolo del carismatico Capitano Christopher Pike, e Leonard Nimoy, che ovviamente interpreta Spock anziano, guida e rifermento prima di Kirk, e poi del giovane sé stesso.
Sufficenti, ma anch'essi funzionali, Ben Cross e Wynona Rider, nei panni dei genitori di Spock, Sarek e Amanda.
L'allestimento tecnico è ineccepibile.
Bella e solare la fotografia di Daniel Mindel, che ha lavorato con Ridley e Tony Scott, oltre che con lo stesso Abrams in Mission: Impossibile 3.
Ottimo è il montaggio, serrato e incalzante, di Maryann Brandon e Mary Jo Markey, parte integrante della squadra di J.J. Abrams sin da Alias.
Le scenografie reinventano l'aspetto dell'universo di Star Trek omaggiando il passato quanto basta, merito dello scenografo Scott Chambliss (membro fisso della squadra di Abrams anch'egli). L'Enterprise, grazie alle sue invenzioni è, come sempre, la co-protagonista del film.
Belli i costumi di Micheal Kaplan, che aggiorna il look classico tanto quanto basta.
Le musiche e gli effetti sonori sono sicuramente la marcia in più di questo film. Micheal Giacchino ha costruito una partitura semplicemente eccezionale, che non imita mai per un momento il classico tema di Alexander Courage, salvo poi citarlo e riprenderlo alla grande al momento più opportuno, come doveroso omaggio al mito.
In ogni caso il tema originale di questo film, grandioso ed epico, è frutto della personalità di Giacchino, che è quindi degno di affiancarsi con pari dignità agli illustri predecessori.
Gli effetti sonori meritano anch'essi un tributo; il sound Designer Ben Burtt, ha dato un contributo, parole dello stesso Abrams, pari al 51% del film. Non è enfasi pubblicitaria fidatevi. Il rumore di fondo del ponte, le cataclismatiche esplosioni, e anche il "rumore" del vuoto dello spazio, sono il degno completamento della narrazione. Gli effetti sonori sembrano cosa da poco, ma sbagliarli in un film del genere avrebbe distrutto ogni buona intenzione. Detto per inciso, Burtt, ha vinto 4 premi Oscar, il primo dei quali per un "filmettino" degli anni '70 chiamato Star Wars, e ha ricevuto vagonate di altri premi e di nomination. Scusate se è poco.

L'intera operazione è quindi nata sotto buoni auspici. Grazie alla trovata della sceneggiatura il film non è in realtà un vero e proprio prequel, nè un restart che fa piazza pulita di tutto il patrimonio di storie che dal 1966 appassiona milioni di persone nel mondo. E' invece una storia che (sembra contraddittorio visto che parla del passato ma è così) porta avanti e verso nuove direzioni un franchise che sembrava non avere più nulla da dire, pur conservando tutti gli elementi che l'appassionato di lunga data conosce e ama, come il sogno ottimistico di Roddenberry, l'integrazione tra razze, non solo umane, ma anche aliene. C'è persino il sacrificio della tutina rossa!
Tutto questo resistendo alla moda del momento di rendere cupo e oscuro il mondo di Star Trek, come se per forza qualsiasi rilettura in chiave moderna debba per forza essere dissacrante e violenta. Operazione legittima quando il restart riguarda personaggi cupi e oscuri alle origini come Batman o James Bond, ma che sarebbe stata fuori luogo con lo Star Trek degli anni '60.
E' un film sicuramente in grado di appassionare le nuove generazioni. Sono convinto che il lavoro di Abrams sia quello che sarebbe Star Trek se venisse creato oggi. E' sorprendente che il migliore interprete del sogno di Gene Roddenberry sia un produttore che non è mai stato un fan della saga.
Bentornato Star Trek, ci sei mancato.
Recensione pubblicata anche su FantasyMagazine.
Il maggior merito di Watchmen è lo sforzo produttivo. La realizzazione del progetto è già cosa non comune. Più che un regista ci vuole un condottiero. In questo Zack Snyder non delude. Che la produzione sia ben coordinata è un dato che traspare sin dal primo fotogramma.
Ma è già l'incipit che lascia perplessi sulle doti narrative del film. L'uso del bullet-time non è solo scontato, ma talmente artificioso da risultare didascalico. La scena della morte del comico è quasi irritante nella sua intenzione di fare entrare lo spettatore nel vivo dell'azione. La sequenza dei titoli di testa, con sottofondo la canzone The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan, ha il pregio di introdurre al complesso universo ucronico con una serie di immagini molto pregnanti. Dopodiché lo spettatore è condotto quasi meccanicamente da un momento all'altro della vicenda. La fedeltà di molti dei dialoghi al fumetto originale è una piacevole conferma per chi ha letto il fumetto, ma non è valore aggiunto per chi deve giudicare lo specifico cinematografico.
Da questo punto di vista il film risulta didascalico. Le sottolineature di certi passaggi, sono dovute a scelte registiche, e non a ridondanze del fumetto originale.
Snyder porta a casa il film, dando all'appassionato qualche soddisfazione, quando ruba le parole di bocca ai personaggi, ma lascia freddo lo spettatore che non ha questi riferimenti. nonché insoddisfatto perché percepisce che qualcosa manca.
Quello che manca è il giusto collante, che faccia la differenza tra un progetto portato diligentemente a casa e un'opera compiuta. La fotografia a grana grossa di Larry Fong è una scelta interessante. Rende perfettamente l'atmosfera anni '80 del film, anche se poi tutte le sequenze d'azione sono al rallentatore, concessione a uno stile ormai abusato da Matrix in poi.
A questo punto sarebbe stata più coraggiosa la scelta di rendere il tutto un giocattolone decerebrato, pieno di azione. Il film avrebbe avuto una personalità almeno. Invece il suo oscillare tra azione, violenza efferata, sesso esplicito e momenti di pseudo introspezione nuoce alla compattezza stilistica dell'insieme.
I costumi giocattolosi, con capezzoli e velato stile bondage, pur se ben fatti, sarebbero stati più apprezzabili in un progetto che avesse cavalcato l'onda dell'autoironia. Le scenografie sono curate, ma non c'è in esse la visionarietà auspicabile in un progetto del genere. Ottima la scelta dei brani musicali di sottofondo, mentre professionale ma anonima è la partitura originale di Tyler Bates.
Funzionali sono gli interpreti. Bravi Billy Cudrup nel ruolo del Dr. Manhattan e Jeffrey Dean Morgan nel ruolo del Comico, bravissimo Jackie Earle Haley nel ruolo di Rorschach, nella media tutti gli altri, che aderiscono ai ruoli senza particolari guizzi creativi.
Analizziamo meglio la questione: 8 candidature non sono mica poche, se si guarda ai numeri. E sono categorie tecniche di tutto rispetto quali, per esempio gli effetti speciali visivi e sonori, le scenografia e la fotografia. Peccato che alla fine il film abbia raccolto solo la statuetta per gli effetti speciali sonori.Molti appassionati si aspettavano il bersaglio grosso, ossia la candidatura come miglior film e/o miglior regista per Christopher Nolan. Anche la sceneggiatura di Jonathan e Christopher Nolan, da un soggetto di David Goyer, non è stata reputata degna della candidatura.Nel frattempo il film ha fatto incetta di altri premi, come il PGA (Producers Guild of America), l'associazione americana dei produttori, e ha ottenuto incassi stratosferici, alla data del 26 gennaio 2009 ha totalizzato 997 milioni di dollari in tutto il mondo (fonte BoxOfficeMojo).
Il rating di Rotten Tomatoes è del 94%, avendo avuto solo 16 recensioni negative su 263. Su Imdb il rating è di 9/10. La stampa USA, dal New York Times, al Washington Post, passando per USA Today e il Los Angeles Times, ha tributato ottime recensioni al film.
Sarebbe facile a questo punto dire che la giuria degli Academy Awards abbia dei preconcetti nei confronti dei film di "genere". Questo non è del tutto vero. Ricordiamo infatti che la giuria è composta di addetti ai lavori quali registi, produttori, attori. E ci sono almeno un paio di esempi di registi "mainstream" che hanno effettuato incursioni nel film di "genere". Bryan Singer con I due X-Men e Superman Returns, oppure Sam Raim con i tre Spider-Man. Ricordiamo che Kenneth Branagh dirigerà un film su Thor, e vogliamo credere che ci sia anche un progetto artistico dietro, non solo il bisogno di denaro.
Nel 2004, Il signore degli Anelli: Il ritorno del Re, diretto da Peter Jackson, vinse ben 11 oscar, al pari di Ben Hur e Titanic; tra essi il premio come migliore regista e per il miglior film. La trilogia diretta da Jackson, una delle più complesse imprese cinematografiche mai realizzate, vinse complessivamente 17 Oscar. L'Academy premiò la capacità di Jackson di portare a termine l'impresa, ma anche il risultato conseguito, sia in termini qualitativi che di incassi (il film è attualmente secondo nella lista dei maggiori incassi di tutti i tempi).
Non ho ancora visto quello che era il grande favorito, sconfitto da The Millionaire, The Curious Case of Benjamin Button, presentato come una romantica storia d'amore con elementi fantastici. Non posso dire se appagherà la voglia di fantastico che abbiamo noi appassionati del genere. Pur tuttavia deve avere appagato l'Academy. Le 13 nomination sono lì a testimoniarlo.
Una ipotesi che rimbalza in rete in questi giorni è che a nuocere al film sia il fatto che, alla fin fine, Il Cavaliere Oscuro sia la rilettura di un personaggio già visto molte volte, e con coniugazioni del tema non sempre brillanti, pensiamo per esempio ai film di Joel Schumacher. Questo a prescindere dal valore del film di Nolan.
Di mio aggiungerei che, Heath Ledger a parte, il film non ha il tipico cast "all-star" dei film "da Oscar". Bale è un ottimo attore, acclamato per The Machinist, ma non è un "divo". Non crediamo sia cinico pensare che l'ottima interpretazione di Ledger non sarebbe stata acclamata con la stessa enfasi nel caso in cui l'attore non fosse morto.
Insomma non è un film ruffianamente concepito per l'Oscar. Molti pensano che sia un capolavoro assoluto, ma sicuramente non è nato allo scopo di accattivarsi le simpatie di un certo "establishment", ma per il favore e il divertimento del pubblico.
Le tematiche trattate non sono affatto rassicuranti, nemmeno per un istante si può definire il finale un Happy End.
Intendiamoci, i film da Oscar non sempre hanno il finale felice da favola, ma in generale anche quelli con il finale triste contengono una morale consolatoria.
Il ritorno del Re di Jackson, non aveva un cast di divi, ma è pur vero che raccontava una storia nella quale alla fine il bene trionfava oltre ogni ragionevole dubbio, almeno a una lettura non troppo approfondita, che è poi il livello medio di percezione del pubblico.
L'unico elemento che avrebbe potuto far pendere la bilancia verso il Cavaliere Oscuro è quello relativo alla resa al botteghino del film, che al momento è quarto nella classifica dei maggiori incassi.
Le nomination "tecniche" sono il segnale che quest'attenzione c'è stata. Il film è stato considerato un pregevole racconto di genere, ben realizzato, ma senza i numeri per essere considerato uno dei migliori di tutti i tempi.
Ce ne faremo una ragione, Blade Runner di Ridley Scott è considerato un capolavoro pur senza aver mai vinto l'Oscar (ed ebbe solo 2 nomination tecniche). Stanley Kubrick ebbe solo nomination nella sua carriera, e l'unica statuetta vinta da 2001 Odissea nello spazio, altro film considerato un capolavoro, fu per gli effetti speciali.
E' noto che l'Academy ha sempre avuto simpatie e/o antipatie "storiche". Per anni ha snobbato Martin Scorsese per esempio, mentre ha sempre guardato con simpatia a Meryl Streep o Clint Eastwood (il cui Gran Torino però è stato snobbato quest'anno, quasi come eccezione che conferma la regola). In questo caso più che l'antipatia, può aver giocato la "non simpatia" con il regista o con il tema del film.
(articolo pubblicato originariamente su Fantasy Magazine)
E' da qualche tempo che mi frulla un pensiero in testa.
Non so voi, ma io proporrei iniziative eclatanti, come andarsi in massa ad iscrivere al registro dei senza casa.
benemerenza che il Comune di Milano ha assegnato loro.
amministrazione".
Dove vanno a curarsi i supereroi e i supercriminali, dopo essere stati feriti nelle loro battaglie? Di quali bizzarre malattie può soffrire un essere umano con superpoteri?
Marsiglia, anni Settanta. Jean e Julia hanno ancora un sogno da realizzare. Rapinare banche e rubare diamanti gli sembra il modo più logico e sensato per ottenere quello che la vita gli promise tanti anni prima. Gli avvenimenti li porteranno in un drive-in alla periferia di Los Angeles, al tramonto.