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Emanuele Manco
Scritti, impressioni, opinioni.
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FANTASCIENZA, V - Pilot, USA, 2009 - regia di - scritto da Scott Peters - Kenneth Johnson (soggetto) - con Elizabeth Mitchell, Morris Chestnut, Joel Gretsch, Logan Huffman, Lourdes Benedicto, Laura Vandervoort, Morena Baccarin, Scott Wolf, Alan Tudyk - durata: 45 minuti - distribuito da ABC - giudizio: 
Prendete un vecchio telefilm degli anni '80.
Mescolateci tutto quanto ha prodotto l'industria dell'intrattenimento fino a oggi, magari citandolo pure. Volete pure un po' di teoria del complotto? E i rettiliani ce li potevamo fare mancare?
Nel frullatore poi ci infiliamo il conflitto generazionale tra una mamma divorziata e il figlio adolscente in cerca di figure di riferimento, un giornalista che darebbe l'anima pur di avere uno scoop, ma che sembra qualche tentennamento (nell'unica scena forse degna di interesse in questo remake da sbadiglio).
Più che un pilot, questo frammentato e frammentario primo episodio del remake di V, sembra il riassunto veloce e frettoloso di quello che avrebbero potuto essere le prime 3 puntate.
Dei temi di Kenneth Johnson c'è comunque parecchio, d'altra parte il tema di fondo era ispirato a un romanzo "mainstream" del 1935, ossia Qui non può accadere (It Can't Happen Here), di Sinclair Lewis narra dell'elezione di un presidente degli Stati Uniti che propugna idee e politiche fasciste.
Un episodio da un ora è troppo poco per la carne al fuoco che è stata messa.
L'inizio è frenetico, in poche inquadrature vengono descritti i personaggi principali, con una tecnica televisiva che lascia poco all'immaginazione e molto al didascalico, per esempio l'introduzione dell'agente del solito FBI Erica Evans, a cui da volto Elizabeth Mitchell (Lost) è affidata alla semplice visione del suo tesserino dell'FBI; idem per quella del giornalista televisivo Chad Decker intepretato da Scott Richard Wolf (Everwood), con una banale inquadratura del personaggio mentre legge le notizie. Sottili metafore non c'è che dire. Da 4400 proviene Joel Gretch, nei panni di Padre Jack Landry, un prete con molti dubbi. Non si butta mai niente.
A dare volto leader dei visitatori Anna è Morena Baccarin, che in Firefly era molto meglio, chiunque abbia avuto l'idea di quella capigliatura va spedito in miniera, subito. Jane Badler non ha più il fisico, pazienza.
Incolore il ragazzino Logan Huffman, nel telefilm il figlio di Erica Tyler, le cui espressioni variano dallo storcere la bocca verso sinistra allo storcere la bocca verso destra, con occhio rigorosamente vitreo. Non lo giustifico per la giovane età. Ci sono i registi per bacchettare certe clamorose sbavature.
Efficace l'attore afro-americano Morris Chestnut, nel ruolo di Ryan Nichols, sufficiente l'attrice che interpreta il ruolo della sua fidanzata Valerie Lourdes Benedictu.
La strizzata d'occhio agli adolescenti nerd la fornisce Laura Vandervoort, che era in Smallville. Anche qui sembra molto una Supergirl, essendo una "Visitatrice".
Se dal punto di vista spettacolare sembra che questo pilota si sia comunque preso un bel po' del budget complessivo della serie, la trama è compressa dalla troppa fretta di presentare tutti gli elementi fondamentali.
Quello che appare è che si è lavorato molto di "cerca e sostituisci" cambiando i nomi e i ruoli a personaggi già presenti nella versione di Johnson. Pensiamo al fatto che mentre nella serie originale il leader era un uomo e Diana una dei generali, qui Anna ha un lacchè, che appare viscido e fasullo anche senza levarsi la maschera.
Guest star dell'episodio Alan Tudyk, che dopo essere stato in Firefly e Dollhouse, è in questo episodio il partner di Erica.
Il gran "master" di questa serie, il produttore esecutivo, è Scott Peters, che aveva fatto un lavoro dignitoso con 4400.Non è una prevenzione quella mia. V non era intoccabile, come non lo era Star Trek. Ma probabilmente c'è una generazione di spettatori che più di un remake, ha atteso per anni una conclusione della pure non eccelsa V:The Series, ossia la serie che seguiva le due ottime miniserie, lasciata in sospeso con un finale a cliffhanger. Ma evidentemente produrre un seguito sarebbe stato fuori tempo massimo.
Invece Peters ci propone un prodotto che, visto ora, più che il remake di una appassionante miniserie degli ann'80, sembra essere l'epigono di una serie di prodotti che invece a quella miniserie hanno attinto parecchio.
BSG e l'ultimo film su Star Trek ci insegnano che ribaltare come un guanto un prodotto già sfruttato che non sembrava avere più nulla da dire, ridandogli lustro e novità, è possibile.
Ma non tutti hanno a disposizione un Ron Moore o uno J.J. Abrams capaci di farlo.
V si potrebbe definire un prodotto d'intrattenimento senza infamia e senza lode, con quel minimo sindacale che lo rende guardabile, sempre che nel prosieguo della serie i produttori sappiano cosa fare.
Aggiungete mezza stella al giudizio complessivo. Due forse sembrano poche, ma tre sono decisamente troppe.
Ogni mattino Bod fa colazione con le buone cose che prepara la signora Owens. Poi va a scuola e ascolta le lezioni del maestro Silas. E il pomeriggio passa il tempo con Liza, sua compagna di giochi. Bod sarebbe un bambino normale. Se non fosse che Liza è una strega sepolta in un terreno sconsacrato. Silas è un fantasma. E la signora Owens è morta duecento anni fa. Bod era ancora in fasce quando è scampato all'omicidio della sua famiglia gattonando fino al cimitero sulla collina, dove i morti l'hanno accolto e adottato per proteggerlo dai suoi assassini. Da allora è Nobody, il bambino che vive tra le tombe, e grazie a un dono della Morte sa comunicare con i defunti. Dietro le porte del cimitero nessuno può fargli del male. Ma Bod è un vivo, e forte è il richiamo del mondo oltre il cancello. Un mondo in cui conoscerà l'amicizia dei suoi simili, ma anche l'impazienza di un coltello che lo aspetta da undici lunghissimi anni...
Il Figlio del Cimitero (The Graveyard Book), l'ultimo romanzo di Neil Gaiman, recentemente premiato con il premio Hugo, è una favola nera per ragazzi.
In questo romanzo Gaiman riprende il personaggio di Nobody Owen, detto Bod, che era stato protagonista di un racconto nella raccolta Il cimitero senza Lapidi e altre storie nere.
Il target adolescenziale non è sinonimo di puerilità nelle trame e nella struttura narrativa. Molto del miglior Gaiman lo si può trovare nelle prove destinate a un pubblico di ragazzi, quando non di bambini, si pensi a Coraline o Stardust.
Questo romanzo quindi ha una ottima costruzione narrativa, ricca di spunti e di personaggi ben strutturati.
Se il lettore giovane viene sicuramente accarezzato dall'autore, con una narrazione che evoca più che descrivere con minuzia orrori e violenza, anche il lettore adulto può trovare una piacevole pausa dagli efferati manierismi di certa letteratura fantahorror contemporanea, che nasconde il vuoto di idee dietro l'effettaccio a buon mercato e alla prosa enfatica e ridondante. Nulla di tutto questo troverete qui, ma solo una buona prosa composta con eleganza e senso della misura. Una eleganza che l'ottima traduzione è riuscita a trasporre dall'originale.
C'è il senso dell'avventura classica, il titolo originale è una esplicita citazione del kiplinghiano Libro della Giungla, ma non pensiate di trovarvi davanti a una banale sostituzione degli animali con le creature del mondo del paranormale. L'intento di creare una intensa favola nera è riuscito.
Il giovane Bod cresce con naturalezza assieme a quelle creature che invece nel mondo normale sono viste con paura, come vampiri, fantasmi, licantropi, in un un luogo oltretutto legato alle paura ancestrale della morte, come il cimitero.
Il merito di questo tema è di riportare il tema della morte al centro dell'immaginario infantile, dopo tempi in cui l'eccesso di politicamente corretto ha portato a essere iperprotettivi nei confronti dell'infanzia.
Ricordiamoci come molte tradizioni popolari invece mirano a fare prendere ai bambini confidenza con il tema, come per esempio il culto dei regali dai morti, che è ancora vivo nel sud-italia.
Questo non è mai stato un problema nel mondo anglosassone, che festeggia da sempre Halloween. Ma Gaiman toglie a questo rapporto ogni morbosità o eccesso di granguinolesco, retaggio dell'ondata horror splatter degli anni '80.
Il romanzo è anche un racconto di formazione, che ci mostra la curiosità di Bod verso il suo mondo di origine, il mondo dei vivi, quello dove dovrebbe essere di casa, ma con il quale invece ha grosse difficoltà di comunicazione.
Anche il tema della difficoltà di comunicazione non manca di illustri precedenti, ma nel complesso la proposta di Gaiman non stona, perchè ben scritta.
A qualcuno poi l'espediente delle scritte sulle lapidi potrà fare pensare all'antologia di Spoon River. Forse non siamo a livelli così alti di poetica, ma siamo nel terreno di una buona prosa, condita di humor nero intelligente.
L'unico appunto che si può fare a questo libro è che il mondo narrativo costruito da Gaiman rimane forse nel reame dell'evocato. Ma forse è un difetto solo se si confronta questo romanzo con le complesse costruzioni mitologiche di altri volumi di Gaiman. Spostare il fuoco sull'universo narrativo allargandosi molto oltre i personaggi, forse in questo caso avrebbe appesantito la narrazione, facendo esulare il voume dal suo scopo, che è quello di intrattenere il lettore senza essere banale.
, Il figlio del Cimitero (The Graveyard Book, 2008) - FANTAHORROR - Mondadori - I Grandi - 2009 - traduttore: Giuseppe Iacobaci - pagine 344 - prezzo 17,00 euro - giudizio:
La premessa doverosa è che vi rivelerò troppo di questo libro. Siete avvertiti. Ma non riesco a non parlarvene senza mettere in luce parti della storia.
Più che di un romanzo, in tutta onestà, si potrebbe parlare di una raccolta di racconti.
Il romanzo è come se fosse articolato su tre diverse parti, che da sole, non fosse per il fatto di avere lo stesso protagonista e un personaggio che ricorre nel terzo, potrebbero essere autonome.
Nella prima parte il giornalista musicale Les Peels riesce in modo fraudolento a rubare la registrazione del nuovo disco della cantante Yorki Amor.
Ma come nelle fotografie di Blow Up viene scoperto un delitto, Les ascolta gli inequivocabili suoni di evento delittuoso. Verrà coinvolto e schiacciato dall'intrigo e accusato a sua volta di un omicidio che non ha commesso. A fare da sfondo è una ambientazione dominata dalle multinazionali, come la Sonar, proprietaria del disco, i cui interessi soverchiano persino quelli degli stati, figuriamoci delle persone. Un mondo maledettamente simile al nostro, dove il concetto di Stato canaglia è stato sostituito da quello di “quartiere canaglia”. E qui si potrebbe chiudere la vicenda. Ottima la scelta dell'autore di non mostrarci inutili pagine di un dibattimento processuale che sarebbe stato fine a sé stesso. Ora dirò le parolacce, scusatemi, ma tutto questo mi ha ricordato, mutatis mutandis, Rapporto di Minoranza, di Dick, nella sua versione letteraria ovviamente, dove il protagonista soccombeva, vittima del sistema di cui era garante.
Ma la vicenda del protagonista prosegue, in una prigione che è la città di Detroit. E se mi state per fermare dicendo, “ma questa dove l'ho sentita”, è lo stesso autore che lascia dubbi. La citazione è esplicita, 1997 Fuga da New York c'entra. Ottimo il modo in cui l'autore ce ne giustifica la presenza, a pagina 81
“[...] il Commissario Federale della Sicurezza Nazionale, grande cinefilo, ha avuto l'idea di trasformare l'intera zona urbana in penitenziario di massima sicurezza[...]”
La responsabilità non è quindi dell'autore ma del burocrate da lui immaginato, che ha realizzato la citazione definitiva. E' una parte angosciante, non scritta affatto male, che sembra però pascersi troppo di sangue, membra e membri, olio di macchine, innesti cyborg e vischiose poltiglie di “carne-tallo” cronenberghiano.
E anche qui, con il disperato tentativo del protagonista di sopravvivere, sarebbe potuto finire il racconto. Finora Les non ci ha fatto una gran bella figura, dobbiamo ammetterlo. Spostato a destra e a manca dagli eventi e dal suo autore, sembra proprio un poveraccio qualsiasi. Uno di noi forse. Non possiamo negarlo. Ma forse anche troppo.
Un deus ex machina discutibile salva Les. Alla fine della notte degli orrori, arrivano in prigione i reclutatori dell'esercito USA che in cambio della libertà offrono ai prigionieri di combattere nell'ennesima campagna irachena. Quando si dice “avere più c... che anima".
Durante la fase di addestramento un efficace dialogo tra il protagonista e un personaggio femminile apparso prima risolve brillantemente il problema dello “spiegone” necessario a circa tre quarti della trama. Il momento nel quale il romanziere navigato fa il punto della situazione e annuncia al lettore che sta cominciando la discesa verso il finale.
Il nostro pupazzo, assieme agli altri pupazzi, diventa quindi un aerotrasportato milite (potremmo immaginarci gli elicotteri di Apocalypse Now o di centinaia di altri film), che subisce il destino di essere però anche cavia di laboratorio. Una musica, che per contrappasso ha proprio composto Les, diffusa nelle teste dei soldati ha l'effetto di drogarli e di eccitarli oltre ogni misura, facendoli diventare sanguinosissime macchine da guerra.
Non che in fondo la razza umana non sia stata capace di compiere misfatti senza aiuto.
Le scene di orrore descritto, per quanto possano sembrare parossistiche e compiaciute, sono abbastanza in linea con la moderna iconografia delle “sporche guerre”. Quindi anche qui abbiamo sbudellamenti e stupri d'ordinanza. E' la guerra baby, non puoi farci niente.
Anche il finale dell'ultima parte, finale dei finali si potrebbe dire, chiude il cerchio nell'unico modo logico possibile.
Concludendo tre episodi in qualche modo incollati da scene di raccordo e da un sottile filo rosso, riescono a comporre un romanzo?
Tutto sommato si, anche se discontinuo e non completamente bene amalgamato, ma rappresenta una base da cui partire, perché idee lo scrittore ne ha, e in ogni caso sa come metterle su carta. Se è vero che questa è la sua prima prova su questa lunghezze, egli sembra conoscere i trucchi dell'esperto romanziere. I casi sono due, ottimo editing o innato talento. O una miscela di entrambe le cose. Il risultato finale è un romanzo breve, che non indugia in una serie di descrizioni che sarebbero ridondanti visto che l'iconografia a cui attinge è fin troppo presente fra noi. Scorrevole nella lettura, riesce a non farci incagliare anche nelle parti che all'apparenza potrebbero risultare ostiche. Non indugia, non gira mai a vuoto. Ma ci porta da un punto all'altro come una pallina da flipper nello stesso modo in cui fa con il protagonista, disturbandoci a volte, trascinandoci furiosamente dal punto A al punto B, ma accompagnandoci senza noia fino alla fine.
Mario Gazzola, Rave di Morte
Ugo Mursia - Pagine 176 - Euro 12,00
EAN 978-88-425-4088-5
Un film di Richard Curtis. Con Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans, Nick Frost, Kenneth Branagh.
Il Mito è tornato. Star Trek non è solo una saga di fantascienza, ma una delle rappresentazioni più alte del viaggio dell'Eroe. C'è il presagio di grandezza, che può essere accompagnato da una tragedia. C'è l'ascesa alla grandezza. Ci sono i compagni di viaggio, personaggi anche apparentemente ostili, ma che diventeranno amici dell'eroe e lo aiuteranno a compiere il suo destino. C'è un mentore, che deve mostrare all'Eroe il cammino cha ha davanti. C'è un grande antagonista. E quindi c'è la Prova. Il momento in cui l'Eroe dovrà affrontare il suo Destino e dimostrarsi all'altezza.
Ecco che quindi J.J. Abrams non ha raccontato altro che questo. Ma lo ha fatto dannatamente bene.
L'impresa era ardua. Riprendere dei personaggi che hanno fatto storia, James T. Kirk, Spock, Leonard McCoy, Hikaru Sulu, Pavel Checov, Uhura, Montgomery Scott e riscriverne la leggenda. Roba da fare tremare i polsi a chiunque.
Non fate caso a quelle che il fan riterrebbe delle incongruenze. Dimenticate il fanatismo di chi osserva, con saccenza, che l'avvenimento "X" contraddice quello che è stato detto nell'episodio "tal dei tali".
In verità dei fan Abrams non se ne è dimenticato, riuscendo a riscrivere le origini del Mito, senza rinnegarlo. Complimenti a Roberto Orci e Alex Kurtzman, o forse allo stesso Abrams, per la trovata che chiude il cerchio, con una logica assolutamente ineccepibile.
Tutti bravi. A cominciare dal regista e produttore, J.J. Abrams che confeziona un film senza un attimo di stanca, con un ritmo incalzante, con serrati colpi di scena e tante emozioni.
Non dimenticherò mai Hikaru Sulu che affronta un romulano all'arma bianca, in bilico su una piattaforma sospesa sopra il pianeta Vulcano.
Sono emozioni vere, che non possono lasciarci indifferenti, raccontate con personaggi archetipici, che vivono avventure dalla valenza universale. Poco importa che viaggino sopra astronavi, anziché su carri alati, o che usino il teletrasporto invece di un incantesimo. La magia è la stessa. Fidatevi.
Ottimi, tutti, gli interpreti. Senza timori reverenziali non scimmiottano i precedenti illustri, ma danno il loro contributo assolutamente personale alla leggenda. Una scelta di casting felicissima.

Forse è appena sufficiente Eric Bana, il cui personaggio, l'antagonista Nero, è però un cattivo da antologia.
E non possiamo dimenticare il duo di mentori che guida i nostri eroi: l'ottimo Bruce Greenwood, nel ruolo del carismatico Capitano Christopher Pike, e Leonard Nimoy, che ovviamente interpreta Spock anziano, guida e rifermento prima di Kirk, e poi del giovane sé stesso.
Sufficenti, ma anch'essi funzionali, Ben Cross e Wynona Rider, nei panni dei genitori di Spock, Sarek e Amanda.
L'allestimento tecnico è ineccepibile.
Bella e solare la fotografia di Daniel Mindel, che ha lavorato con Ridley e Tony Scott, oltre che con lo stesso Abrams in Mission: Impossibile 3.
Ottimo è il montaggio, serrato e incalzante, di Maryann Brandon e Mary Jo Markey, parte integrante della squadra di J.J. Abrams sin da Alias.
Le scenografie reinventano l'aspetto dell'universo di Star Trek omaggiando il passato quanto basta, merito dello scenografo Scott Chambliss (membro fisso della squadra di Abrams anch'egli). L'Enterprise, grazie alle sue invenzioni è, come sempre, la co-protagonista del film.
Belli i costumi di Micheal Kaplan, che aggiorna il look classico tanto quanto basta.
Le musiche e gli effetti sonori sono sicuramente la marcia in più di questo film. Micheal Giacchino ha costruito una partitura semplicemente eccezionale, che non imita mai per un momento il classico tema di Alexander Courage, salvo poi citarlo e riprenderlo alla grande al momento più opportuno, come doveroso omaggio al mito.
In ogni caso il tema originale di questo film, grandioso ed epico, è frutto della personalità di Giacchino, che è quindi degno di affiancarsi con pari dignità agli illustri predecessori.
Gli effetti sonori meritano anch'essi un tributo; il sound Designer Ben Burtt, ha dato un contributo, parole dello stesso Abrams, pari al 51% del film. Non è enfasi pubblicitaria fidatevi. Il rumore di fondo del ponte, le cataclismatiche esplosioni, e anche il "rumore" del vuoto dello spazio, sono il degno completamento della narrazione. Gli effetti sonori sembrano cosa da poco, ma sbagliarli in un film del genere avrebbe distrutto ogni buona intenzione. Detto per inciso, Burtt, ha vinto 4 premi Oscar, il primo dei quali per un "filmettino" degli anni '70 chiamato Star Wars, e ha ricevuto vagonate di altri premi e di nomination. Scusate se è poco.

L'intera operazione è quindi nata sotto buoni auspici. Grazie alla trovata della sceneggiatura il film non è in realtà un vero e proprio prequel, nè un restart che fa piazza pulita di tutto il patrimonio di storie che dal 1966 appassiona milioni di persone nel mondo. E' invece una storia che (sembra contraddittorio visto che parla del passato ma è così) porta avanti e verso nuove direzioni un franchise che sembrava non avere più nulla da dire, pur conservando tutti gli elementi che l'appassionato di lunga data conosce e ama, come il sogno ottimistico di Roddenberry, l'integrazione tra razze, non solo umane, ma anche aliene. C'è persino il sacrificio della tutina rossa!
Tutto questo resistendo alla moda del momento di rendere cupo e oscuro il mondo di Star Trek, come se per forza qualsiasi rilettura in chiave moderna debba per forza essere dissacrante e violenta. Operazione legittima quando il restart riguarda personaggi cupi e oscuri alle origini come Batman o James Bond, ma che sarebbe stata fuori luogo con lo Star Trek degli anni '60.
E' un film sicuramente in grado di appassionare le nuove generazioni. Sono convinto che il lavoro di Abrams sia quello che sarebbe Star Trek se venisse creato oggi. E' sorprendente che il migliore interprete del sogno di Gene Roddenberry sia un produttore che non è mai stato un fan della saga.
Bentornato Star Trek, ci sei mancato.
Recensione pubblicata anche su FantasyMagazine.
Il maggior merito di Watchmen è lo sforzo produttivo. La realizzazione del progetto è già cosa non comune. Più che un regista ci vuole un condottiero. In questo Zack Snyder non delude. Che la produzione sia ben coordinata è un dato che traspare sin dal primo fotogramma.
Ma è già l'incipit che lascia perplessi sulle doti narrative del film. L'uso del bullet-time non è solo scontato, ma talmente artificioso da risultare didascalico. La scena della morte del comico è quasi irritante nella sua intenzione di fare entrare lo spettatore nel vivo dell'azione. La sequenza dei titoli di testa, con sottofondo la canzone The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan, ha il pregio di introdurre al complesso universo ucronico con una serie di immagini molto pregnanti. Dopodiché lo spettatore è condotto quasi meccanicamente da un momento all'altro della vicenda. La fedeltà di molti dei dialoghi al fumetto originale è una piacevole conferma per chi ha letto il fumetto, ma non è valore aggiunto per chi deve giudicare lo specifico cinematografico.
Da questo punto di vista il film risulta didascalico. Le sottolineature di certi passaggi, sono dovute a scelte registiche, e non a ridondanze del fumetto originale.
Snyder porta a casa il film, dando all'appassionato qualche soddisfazione, quando ruba le parole di bocca ai personaggi, ma lascia freddo lo spettatore che non ha questi riferimenti. nonché insoddisfatto perché percepisce che qualcosa manca.
Quello che manca è il giusto collante, che faccia la differenza tra un progetto portato diligentemente a casa e un'opera compiuta. La fotografia a grana grossa di Larry Fong è una scelta interessante. Rende perfettamente l'atmosfera anni '80 del film, anche se poi tutte le sequenze d'azione sono al rallentatore, concessione a uno stile ormai abusato da Matrix in poi.
A questo punto sarebbe stata più coraggiosa la scelta di rendere il tutto un giocattolone decerebrato, pieno di azione. Il film avrebbe avuto una personalità almeno. Invece il suo oscillare tra azione, violenza efferata, sesso esplicito e momenti di pseudo introspezione nuoce alla compattezza stilistica dell'insieme.
I costumi giocattolosi, con capezzoli e velato stile bondage, pur se ben fatti, sarebbero stati più apprezzabili in un progetto che avesse cavalcato l'onda dell'autoironia. Le scenografie sono curate, ma non c'è in esse la visionarietà auspicabile in un progetto del genere. Ottima la scelta dei brani musicali di sottofondo, mentre professionale ma anonima è la partitura originale di Tyler Bates.
Funzionali sono gli interpreti. Bravi Billy Cudrup nel ruolo del Dr. Manhattan e Jeffrey Dean Morgan nel ruolo del Comico, bravissimo Jackie Earle Haley nel ruolo di Rorschach, nella media tutti gli altri, che aderiscono ai ruoli senza particolari guizzi creativi.
Analizziamo meglio la questione: 8 candidature non sono mica poche, se si guarda ai numeri. E sono categorie tecniche di tutto rispetto quali, per esempio gli effetti speciali visivi e sonori, le scenografia e la fotografia. Peccato che alla fine il film abbia raccolto solo la statuetta per gli effetti speciali sonori.Molti appassionati si aspettavano il bersaglio grosso, ossia la candidatura come miglior film e/o miglior regista per Christopher Nolan. Anche la sceneggiatura di Jonathan e Christopher Nolan, da un soggetto di David Goyer, non è stata reputata degna della candidatura.Nel frattempo il film ha fatto incetta di altri premi, come il PGA (Producers Guild of America), l'associazione americana dei produttori, e ha ottenuto incassi stratosferici, alla data del 26 gennaio 2009 ha totalizzato 997 milioni di dollari in tutto il mondo (fonte BoxOfficeMojo).
Il rating di Rotten Tomatoes è del 94%, avendo avuto solo 16 recensioni negative su 263. Su Imdb il rating è di 9/10. La stampa USA, dal New York Times, al Washington Post, passando per USA Today e il Los Angeles Times, ha tributato ottime recensioni al film.
Sarebbe facile a questo punto dire che la giuria degli Academy Awards abbia dei preconcetti nei confronti dei film di "genere". Questo non è del tutto vero. Ricordiamo infatti che la giuria è composta di addetti ai lavori quali registi, produttori, attori. E ci sono almeno un paio di esempi di registi "mainstream" che hanno effettuato incursioni nel film di "genere". Bryan Singer con I due X-Men e Superman Returns, oppure Sam Raim con i tre Spider-Man. Ricordiamo che Kenneth Branagh dirigerà un film su Thor, e vogliamo credere che ci sia anche un progetto artistico dietro, non solo il bisogno di denaro.
Nel 2004, Il signore degli Anelli: Il ritorno del Re, diretto da Peter Jackson, vinse ben 11 oscar, al pari di Ben Hur e Titanic; tra essi il premio come migliore regista e per il miglior film. La trilogia diretta da Jackson, una delle più complesse imprese cinematografiche mai realizzate, vinse complessivamente 17 Oscar. L'Academy premiò la capacità di Jackson di portare a termine l'impresa, ma anche il risultato conseguito, sia in termini qualitativi che di incassi (il film è attualmente secondo nella lista dei maggiori incassi di tutti i tempi).
Non ho ancora visto quello che era il grande favorito, sconfitto da The Millionaire, The Curious Case of Benjamin Button, presentato come una romantica storia d'amore con elementi fantastici. Non posso dire se appagherà la voglia di fantastico che abbiamo noi appassionati del genere. Pur tuttavia deve avere appagato l'Academy. Le 13 nomination sono lì a testimoniarlo.
Una ipotesi che rimbalza in rete in questi giorni è che a nuocere al film sia il fatto che, alla fin fine, Il Cavaliere Oscuro sia la rilettura di un personaggio già visto molte volte, e con coniugazioni del tema non sempre brillanti, pensiamo per esempio ai film di Joel Schumacher. Questo a prescindere dal valore del film di Nolan.
Di mio aggiungerei che, Heath Ledger a parte, il film non ha il tipico cast "all-star" dei film "da Oscar". Bale è un ottimo attore, acclamato per The Machinist, ma non è un "divo". Non crediamo sia cinico pensare che l'ottima interpretazione di Ledger non sarebbe stata acclamata con la stessa enfasi nel caso in cui l'attore non fosse morto.
Insomma non è un film ruffianamente concepito per l'Oscar. Molti pensano che sia un capolavoro assoluto, ma sicuramente non è nato allo scopo di accattivarsi le simpatie di un certo "establishment", ma per il favore e il divertimento del pubblico.
Le tematiche trattate non sono affatto rassicuranti, nemmeno per un istante si può definire il finale un Happy End.
Intendiamoci, i film da Oscar non sempre hanno il finale felice da favola, ma in generale anche quelli con il finale triste contengono una morale consolatoria.
Il ritorno del Re di Jackson, non aveva un cast di divi, ma è pur vero che raccontava una storia nella quale alla fine il bene trionfava oltre ogni ragionevole dubbio, almeno a una lettura non troppo approfondita, che è poi il livello medio di percezione del pubblico.
L'unico elemento che avrebbe potuto far pendere la bilancia verso il Cavaliere Oscuro è quello relativo alla resa al botteghino del film, che al momento è quarto nella classifica dei maggiori incassi.
Le nomination "tecniche" sono il segnale che quest'attenzione c'è stata. Il film è stato considerato un pregevole racconto di genere, ben realizzato, ma senza i numeri per essere considerato uno dei migliori di tutti i tempi.
Ce ne faremo una ragione, Blade Runner di Ridley Scott è considerato un capolavoro pur senza aver mai vinto l'Oscar (ed ebbe solo 2 nomination tecniche). Stanley Kubrick ebbe solo nomination nella sua carriera, e l'unica statuetta vinta da 2001 Odissea nello spazio, altro film considerato un capolavoro, fu per gli effetti speciali.
E' noto che l'Academy ha sempre avuto simpatie e/o antipatie "storiche". Per anni ha snobbato Martin Scorsese per esempio, mentre ha sempre guardato con simpatia a Meryl Streep o Clint Eastwood (il cui Gran Torino però è stato snobbato quest'anno, quasi come eccezione che conferma la regola). In questo caso più che l'antipatia, può aver giocato la "non simpatia" con il regista o con il tema del film.
(articolo pubblicato originariamente su Fantasy Magazine)
E' da qualche tempo che mi frulla un pensiero in testa.
Non so voi, ma io proporrei iniziative eclatanti, come andarsi in massa ad iscrivere al registro dei senza casa.