
Cosa dire di nuovo su John Steinbeck? Di biografie ne trovate a iosa. Copiare e incollare simili dati non aggiungerebbe nulla di nuovo. Sgombro il campo da ogni equivoco. Quando parliamo di Steinbeck non sono imparziale. Quando ne esalto le doti e le emozioni che provo davanti ai suoi libri, c'è sempre un saputello di turno che mi esalta Faulkner anzichè Harper Lee. La cosa non mi interessa. Ci saranno scrittori migliori, ma anche peggiori. La cosa non è importante. Sono per me importanti le emozioni suscitate dalla pagina scritta.
Dalle mie letture steinbeckiane estrapolo alcuni titoli, senza alcuna pretesa di completezza. Cerco solo di delineare un percorso emozionale. "Uomini e topi" è stato il primo romanzo che ho letto. Mi ci sono attaccato come una sanguisuga. Il romanzo è breve, ma non scarno. Denso di un senso di tragedia inevitabile, avvertibile sin dalle prime pagine. George e il suo amico subnormale Lenni cercano solo un posto dove andare, un lavoro, una speranza di vita migliore. Lavorano in un ranch, cercando solo di sbarcare il lunario. Ma cupidigia, stupidità e miserie morali li stringono in un angolo, fino a epilogo tragico. L'incapacità di capire le miserie del mondo di Lenni non sarà qui sinonimo di innocenza infantile, bensì di assoluta vulnerabilità all'orrore di vivere. Il mio percorso poi prosegue con "Furore".

Romanzo che riesce ad essere dettagliato senza essere prolisso. Pur se lungo e dettagliato, non c'è una parola, una frase, che appaia buttata lì a caso. Nulla è fuori posto. Il viaggio della speranza della famiglia Joad, dall'arido Oklahoma alla fertile california, sarà anch'esso l'inutile tentativo di riscatto un gruppo di sconfitti. Ancora ricordo le prime pagine, lette durante una afosa giornata di scirocco palermitano, che narrano nel dettaglio della siccità che colpisce l'Oklahoma. Sento ancora l'odore della polvere. Il senso di secchezza alla gola. Tutto in Furore è così, polveroso, sporco. E disperato. Ma non solo di sconfitta e disperazione parla il nostro. Anche i disperati e gli ubriaconi in realtà possono essere felici, e accontentarsi di ciò che hanno. E' questo, a mio giudizio, il senso di due simpatiche favole, "Vicolo Cannery" e "Quel fantastico giovedì". Non inganni l'ambientazione tra i poveri, gli ubriaconi e le prostitute del Vicolo Cannery, a Monterey, in California. L'altra faccia del sogno americano sa anche godere delle piccole cose. Come una festa ben riuscita. Le strampalate circonvoluzioni mentali dei "ragazzi" del FlopHouse sono l'occhio disincantato sulla nascente società dei consumi. Un filtro sulle ipocrisie della società borghese. Se "Vicolo Cannery" è una simpatica favola, "Quel Fantastico Giovedì" è l'apoteosi del nonsense. I "ragazzi" danno il meglio di se,

aiutando "doc", il personaggio del biologo, già presente anch'esso nel precedente

romanzo, a redimere la prostituta Suzy. Assolutemente imperdibili i capitoli "cose che non c'entrano nulla" e sul festival delle farfalle. Un occasione per Steinbeck di dissertare su ciò che più gli piace, per puro diletto, suo e anche nostro. Il capitolo finale, con la simpatica lezione di guida, ci riconcilia con la vita e ci fa tornare il gusto del sorriso. L'ultima stazione del mio breve percorso è "La luna è tramontata". Un romanzo ambientato in un villaggio norvegese occupato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. I personaggi sono come sempre tratteggiati in maniera sinteticamente dettagliata. Vediamo come i pacifici abitanti del villaggio scoprono dentro di se la forza di ribellarsi all'occupante. Comprendiamo inoltre come i nazisti fossero destinati alla sconfitta. Il romanzo infatti è stato scritto nel 1942. La lucida analisi di Steinbeck sembra invece scritta a posteriori. Un altro segno della

grandezza di questo autore.
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