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Emanuele Manco
Scritti, impressioni, opinioni.
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Mi sdegnano in egual misura. Ricordo un giorno al mare,avevo circa 9 anni, erano circa le 19. Una tipica famiglia era placidamente accampata vicino alla mia. Di quelle famiglie che si portano praticamente mezza casa. Piantano la tenda alle 5.30. E mangiano pasti completi, con teglie di pasta di pasta al forno coperte da fogli di alluminio, contenitori tupperware pieni di cotolette, caponate, salumi, formaggi e olive. L'anguria di solito è messa sul bagnasciuga per tenerla fresca. Una borsa frigo blu/arancione piena di "Coca Cuela" e vino di Partinico 18°. La famigliola, non paga del pranzo, serbava nella dispensa un ultimaIl titolo della recensione è in realtà la fusione di due titoli. I titoli degli ultimi due numeri di Rat-Man, il
personaggio creato da Leo Ortolani. Nel corso delle sue avventure abbiamo sempre assistito a parodie di film, romanzi, fumetti famosi. In realtà è Rat-Man stesso a nascere come parodia del genere super eroistico. Le migliori parodie sono scritte da chi ama profondamente il genere che prende in giro. Chi non lo ama scrive la parodia di una parodia, perchè non riesce a mettere in luce i suoi difetti, ridendoci su, o anche a ribaltare in chiave comica i suoi pregi. Questo è Rat-Man. Un fumetto che sin dai suoi esordi si è caratterizzato per le battute fulminanti e la presa in giro degli stilemi del supereroe. Se la amabile presa in giro del mantello del supereroe di The Incredibles vi è sembrata originale, tenete presente che Rat-Man incespicava sul suo mantello già qualche anno prima! Ortolani non è pero solo un autore comico, un parodiatore. E' altresì autore vero. Sin dai suoi esordi ha scritto anche dei bei fumetti supereroistici, magari anche solo per il proprio diletto. Come la sua personale versione dei Fantastici Quattro, che ha tutto il pathos e la drammaticità delle migliori saghe di Lee e Kirby.
Gli ultimi due numeri di Rat-Man vanno oltre la semplice parodia. Sono
una vera e propria rilettura di “300” di Frank Miller. Un omaggio sin dalla struttura orizzontale a doppia tavola, sia alla riproposta delle vignette originali. Una cosa che era già avvenuta nel film. Troppo efficace era l'impatto visivo delle tavole originali per discostarsene. Leo non manca di inserire per tutta la vicenda delle ispiratissime gag. Ma non tradisce lo spirito tragico della vicenda. Il suo finale è commovente, epico tanto quanto quello del fumetto, pur essendo diverso data la presenza del nostro ratto. Non starò qui ad anticiparvelo. Quello che voglio dirvi a questo punto è che per qualche strano motivo, dovete o volete comprare solo un fumetto quest'anno, 299+1 è il vostro fumetto. Da non perdere!
"299" - Rat-Man 62 - Settembre 2007 - Panini Comics - Euro 2,50
"+1" - Rat-Man 63 - Novembre 2007 - Panini Comics- Euro 2,50
Ricevo da molte fonti e aderisco senza esitazione.
Amici e amiche,
siamo un gruppo di scrittori e operatori culturali che,
allarmato da come i media abbiamo premuto il pedale
dell'intolleranza razzista rispetto ai veri problemi
sottaciuti (come, ad. es., la violenza sulle donne), ha
elaborato un appello.
Ognuno di noi lo sta mandando a chi conosce per
sottoscriverlo. Se sei d'accordo con i contenuti fallo
girare e facci avere la tua adesione entro mercoledì.
Ve lo allego con un primo elenco assolutamente
incompleto di aderenti.
Con amicizia,
Gianni
Se siete d'accordo con noi, mandate una mail
soggetto: "Triangolo nero"
testo: aderisco all'appello e la vostra firma a questo
indirizzo: loredana.lipperini@gmail.com
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori e artisti contro la violenza su rom, rumeni e donne
La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva l'assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto. Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.
Adesioni aggiornate alle 20:10 di lunedì 12 novembre 2007:
Alessandro Bertante - Gianni Biondillo - Enrico Brizzi - Luca Briasco - Massimo Carlotto - Lia Celi - Guido Chiesa - Girolamo Di Michele - Tecla Dozio, Valerio Evangelisti - Enzo Fileno Carabba - Giuseppe Genna - Roberto Grassilli - Andrea Inglese - Helena Janeczek - Kai Zen - Nicola Lagioia - Gad Lerner - Loredana Lipperini - Federica Manzon - Monica Mazzitelli - Raul Montanari - Giulio Mozzi - No Reply - Valeria Parrella - Leonardo Pelo - Marco Philopat - Guglielmo Pispisa - Alberto Prunetti - Christian Raimo - Veronica Raimo - Marco Rovelli - Stefania Scateni - Antonio Scurati - Beppe Sebaste - Carlo Arturo Sigon - Piero Sorrentino - Antonio Spaziani - Stefano Tassinari - Filippo Tuena - Raf Valvola Scelsi - Giorgio Vasta - Lello Voce - Wu Ming
Il romanzo non l'ho ancora letto. Ma sono molto fiducioso. Baso la mia fiducia su altre cose che ho letto di Giovanni, come la sua antologia di racconti Revenant, e un suo racconto presente nell'antologia Supernova Express, della quale ho scritto qui. In ogni caso, per il suo bene, farò da questo blog una recensione dettagliata. Il romanzo si chiama Sezione π². Ha vinto il premio Urania, edizione 2006. Premio in passato vinto da gente del calibro di Valerio Evangelisti o Luca Masali, senza offesa per i tanti altri. Mica pizza e fichi.