Typewriter With Picture Of Woman's Face On Paper  

Emanuele Manco

Scritti, impressioni, opinioni.
sabato, 25 ottobre 2008

Recensione racconto: Cardanica di Dario Tonani

Oggi cerco di riprendere il discorso su questo blog. Le collaborazioni conrobot_54_z Fantasymagazine e Fantascienza.com, mi assorbono molto del poco tempo libero che ho. Ma ogni tanto qualche pensiero sparso deve trovare il suo posto. E' da parecchio che volevo parlare di questo racconto, Cardanica, di Dario Tonani (l'autore di Infect@,) pubblicato sul numero 54 di Robot. L'ho letto,e divorato, qualche mese fa. Però non riuscivo mai a trovare il tempo di raccogliere le mie idee. Tant'è che me lo sono riletto più volte. Perchè in questi mesi più volte ho tentato di scrivere la recensione, e volevo rinfrescarmi le idee. Insomma avrei potuto leggere un romanzo nel tempo in cui ho letto Cardanica. Ma non è stato tempo perso. Il racconto ha retto ogni rilettura. Di cosa parla è presto detto.
In un mondo futuribile, grandi deserti, forse contaminati da radiazioni, sicuramente infestati di letali creature, sono solcati da autotreni enormi come vascelli. Questi veicoli si mantengono su un equilibrio molto precario, se avete mai guidato sulla sabbia saprete a cosa mi riferisco. Ma il cuore di questi convogli sono gli pneumosnodi, mirabili artifici della meccanica del futuro, moduli di raccordo tra i vagoni degli autotreni, che consentono a questi , ormai battezzati come "navi a ruote", di inclinarsi  in curva e muoversi sul terreno incidentato.
Ma c'è un altro compito di questi congegnii: se una nave a ruote si impantana nel deserto, e l'evento è tutt'altro che raro, i pneumosnodi diventano delle capsule di sopravvivenza autonome nelle quali gli occupanti delle navi possono trovare rifugio. Cosa che nel racconto accade al Commodoro (curioso e interessante l'uso dei gradi marinari) Garrasco D. Bray e al scondo pilota Victor Galindez, quando un incidente accade alla loro nave, la Robredo.
Ed è questo il vero inizio del racconto, quando i due protagonisti entrano nel pneumosnodo battezzato Cardanic. Gli pneumosnodi sono progettati per funzionare al meglio, e mantenere al meglio gli occupanti.
Dispongono di una intelligenza artificiale che prenderà delle decisioni in tal senso. Quali siano queste decisioni vi consiglio di scoprirlo.
Con una prosa snella il racconto ci mostra l'odissea e la evoluzione dei tre protagonisti. No, non avete letto male. Ho scritto tre. Non ve ne siete persi uno. Ma come avrete capito Cardanic è uno dei protagonisti del racconto. Innegabilmente. Un racconto efficace in quasi tutti i suoi passaggi. Forse meno scorrevole  nelle  parti di infodump, che sono sempre un problema annoso.  Che in questo racconto siano funzionali alla costruzione dell'universo narrativo è innegabile. Che due persone che abbiano fretta di salvarsi disquisiscano sul funzionamento del pneumosnodo è forse un po' forzato. 
Questo non impedisce di farsi avviluppare da atmosfere che ricordano talvolta Lovecraft, talvolta Clive Barker, passando per il claustrofobico The Cube. Il racconto è meritevole della vostra attenzione e, ne ho la convinzione, potrebbe dare molte soddisfazioni al suo autore ai prossimi premi Italia.


Cardanica. Un racconto di Dario Tonani
Pubblicato su Robot 54
Edizioni Delos Books
ISBN 9788895724249
postato da emanuelemanco alle ore 21:38 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: recensioni, racconti, fantascienza

venerdì, 24 ottobre 2008

Quando non servono parole...

postato da emanuelemanco alle ore 07:00 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: autoreferenziale

giovedì, 23 ottobre 2008

2000 La fine dell'uomo

2000: La Fine Dell'Uomo (No Blade of Grass)
Un film di Cornel Wilde.
Interpreti: Nigel Davenport, Jean Wallace, Antony May, Anthony May, John Hamill, Lynne Frederick, George Coulouris, Patrick Holt, Wendy Richard, Nigel Rathbone, Christopher Lofthouse, Ruth Kettlewell, M.J. Matthews, Michael Percival, Tex Fuller, Simon Merrick.
Sceneggiatura:  Sean Forestal, Cornel Wilde (da un romanzo di John Christopher)
Genere: Fantascienza, colore 97 minuti.
Produzione: Gran Bretagna 1970.

Il film
Il romanzo originale da cui è tratto "2000: La fine dell'uomo" è del 1956. Arrivato in italia nel 1958, con il titolo "La peste verde", pubblicato poi da Urania con il nome "Morte dell'Erba", "No Blade of Grass" a un primo esame si può inquadrare nel genere catastrofistico-ecologista.
Non fatevi ingannare dal titolo italiano del film. Nell'originale la data non c'era. La vicenda è ambientata negli anni '70, così come il romanzo era ambientato negli anni '50. Tanto che la sua vicenda potrebbe anche essere ambientata ai giorni nostri, visto che molte delle problematiche di cui parla sono tuttora oggetto di preoccupazione per l'uomo contemporaneo. Il rapporto dell'uomo con la natura e i suoi delicati equilibri è oggetto di costante attenzione e preoccupazione. Se ora, forse, siamo più consapevoli di quanto danno possiamo arrecare alla natura con una condotta dissennata, è anche per merito di quei "menagrami" degli autori fantascientifici, tra i quali merita un posto d'onore John Christopher, che ha scritto il romanzo.
Se il romanzo faceva irrompere nello scenario un virus, una causa esterna in qualche modo, e lo rendeva responsabile della estinzione della vegetazione sul pianeta terra, il film pone l'enfasi sui dissennati comportamenti umani. Il virus si scatena per un letale accumulo di inquinanti industriali. Siamo nel 1970, e c'è più consapevolezza di quanta ce ne fosse negli anni '50.
Il film entra subito nel vivo dell'azione, con i protagonisti in fuga precipitosa fuori dalla città. Una serie di veloci flashback ci mostrano come si sia arrivati a tale situazione. I protagonisti, una comune famiglia britannica, l'architetto John Custance, sua moglie, i figli e il fidanzato della figlia, si avventureranno per una Gran Bretagna sottoposta a legge marziale, per cercare di raggiungere la fattoria in Scozia del fratello di John, Davide (Davey nel romanzo) è un contadino che per sopravvivere ha accumulato scorte alimentari e ha cominciato a coltivare tuberi e ad allevare maiali. Il virus infatti non colpisce queste forme di vegetazione, e i maiali che se ne possono nutrire, mentre i bovini no.
A loro si aggreggheranno altri personaggi, come Billy (Pirrie nel romanzo), un abile esperto di armi, che più degli altri è disposto a lasciarsi dietro le regole della civilizzazione per la legge della giungla, insieme alla moglie Clara (Millicent nel romanzo).
L'odissea attraverso la Gran Bretagna stravolgerà i personaggi sin dall'inizio, ponendoli davanti a scelte che per alcuni saranno tormentate, per altre naturali come sopravvivere.
Il film propone sin da subito immagini "forti". Nei primi flashback per esempio, con  l'ancora opulento occidente, che si nutre a dismisura mentre su schermi televisivi scorrono le immagini delle popolazioni asiatiche ridotte alla fame.
Ossessive sono le immagini che mostrano il mondo inquinato. Così come efferate e parossistiche a un certo punto della vicenda cominciano a essere le scene violente. Stupri, massacri, omicidi, sparatorie, si susseguono senza soluzione di continuità, a volere dimostrare la tesi che di fronte al pericolo comune, anzichè la solidarietà s'innesca quella guerra di tutti contro tutti teorizzata dal filosofo Thomas Hobbes.  Lo stile ricorda parecchio quello dei "Mondo Cane" di Jacopetti. E il film perde sia la propria iniziale compattezza stilistica, che quella del romanzo; Volendo colpire con le immagini, la dove il romanzo ricorreva a sottigliezze verbali e contenutistiche. Alla fine perde efficacia anche come opera a sé stante, mettendo troppa carne al fuoco.
Uno dei conflitti principali del romanzo, il dualismo tra i fratelli, si disperde in questo caos, e non appare evidente se non nell'amaro finale, fedele a quello letterario. 
Il distacco con il romanzo avviene anche con la soppressione di alcuni personaggi e con alcuni piccoli particolari che pur non essendo fedeli formalmente al testo, lo sono nella sostanza e quindi non disturbano più di tanto la vicenda.
Quello che rappresenta una netta cesura con il testo è proprio l'enfasi sulle sparatorie  e le scene di guerra, che poi saranno un leit motiv del cinema catastrofistico successivo, quello alla "Mad Max" per intenderci. L'esigenza di rimpolpare l'esile ma concettualmente pregnante trama del romanzo, non giova al film, forse anche perchè il regista non riesce a mantenere compattezza fino alla fine.
Il regista del film, Cornel Wilde, era un attore con un discreto curriculum. Nato in Ungheria nel 1919, ha avuto il suo momento di gloria nel ruolo de "Il grande Sebastian" in "Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. De Mille, del 1952. La sua carriera di attore iniziata nel 1936, è durata, con le ultime apparizioni come "guest star" in vari telefilm, fin quasi la sua morte, avvenuta per leucemia nel 1988. Ha avuto anche una nomination all'Oscar nel 1945, per "L'Eterna Armonia", film sulla vita di Chopin.
Come regista ha firmato un film molto acclamato della critica del periodo, "La preda nuda", nominato agli Oscar nel 1966. Il film è incentrato anch'esso sul tema della lotta per la sopravvivenza, in questo caso di un uomo civilizzato nella natura selvaggia. Un film del quale la critica ha apprezzato il taglio semidocumentaristico, la riduzione al minimo dei dialoghi, la spoglia narrazione, le scene forti d'azione la cui ferocia è sempre giustificata, quasi mai compiaciuta. Del film Wilde è stato anche protagonista.
Dei suoi film è stato regista, produttore e molto spesso sceneggiatore.
Il protagonista del film, Nigel Davenport, è un caratterista di lungo corso del cinema inglese, nato nel 1928 e ancora vivente, ha lavorato in decine di film. Ne citiamo solo alcuni tra i più famosi: "Greystoke la Leggenda di Tarzan", "Zulu Dawn" e "Momenti di Gloria".
Tra le curiosità della sua carriera c'è il fatto che durante la lavorazione di 2001: Odissea nello Spazio, impersonò la voce di Hal 9000. La sua voce però non convinse Kubrick che lo fece poi ridoppiare dall'attore canadese Douglas Rain.

Il romanzo
John Christopher è uno dei numerosi pseudonimi usati da Christopher  Samuel Youd, un prolifico ed eclettico autore inglese, con una lunga carriera e decine di romanzi di tutti i generi all'attivo. Nato nel 1922 nel Lancashire, appassionato divoratore di romanzi e racconti di fantascienza, John Christopher iniziò a pubblicare le sue opere nel 1949, continuando a scrivere per oltre cinquanta anni. Tra i romanzi possiamo ricordare Inverno senza fine (The world in winter, 1962) e la trilogia dei Tripods, alla quale nel 1988 venne aggiunto un prequel, che negli anni ottanta dette origine a una serie televisiva inglese.
Il romanzo "La Morte dell'Erba" è stato da poco rieditato nella collana Urania Collezione, nel numero 43. Il volume contiene al suo interno, non solo una versione riveduta e corretta della traduzione, ma anche una bella postfazione di Giuseppe Lippi e una sintetica biografia e bibliografia del suo autore.
Pur se apparentemente incentrato sulla catastrofe naturale, il romanzo ha anche altre ambizioni. Evidente è sin dall'inizio il conflitto tra i due fratelli John e Davey, Il primo ambizioso e desideroso di fare carriera nella grande città. Il secondo invece (è) ancorato alla terra di origine e alla cultura contadina.
In realtà tale conflitto non sarà evidente fino all'arrivo del virus, perchè proprio la divergenza di interessi li porrà in luoghi diversi. John eserciterà la professione di architetto a Londra, Davey continuerà a gestire la proprietà di famiglia. L'arrivo del virus Chang Li cambierà le priorità di John, che a quel punto cercherà rifugio in quella campagna che invece aveva disdegnato. E' emblematico nel romanzo il ritardo di questo personaggio nel fuggire da Londra, dovuto alla cura dei suoi interessi personali. L'esitazione di John, nella speranza illusoria che il mondo non venga stravolto, è la logica giustificazione di quella sindrome da vittima sacrificale che affligge molti protagonisti di opere letterarie e non, e che talvolta non trova giustificazione.
Perchè molte volte le vittime di delitti si infilano in oscure stanze dove non entrerebbe nessuno? John esita perchè (ancorato) asservito ai valori del lavoro e del successo personale, ha un cantiere da seguire e non lo vuole mollare, nonostante sia consapevole delle tragedia imminente.
Le pagine iniziali poi, che indagano sulle radici della diversità dei fratelli, sono degne dei migliori romanzieri "mainstream". Una lettura assolutamente gratificante.
Tra le curiosità sul romanzo, c'è la voce che,all'epoca della sua uscita, il successo ottenuto fu tale che fece salire le vendite delle armi di difesa personale.

postato da emanuelemanco alle ore 12:06 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: libri, cinema, articoli, fantascienza, no blade of grass, christopher john

lunedì, 13 ottobre 2008

Premio Nobel a Le Clézio

Ogni tanto capita anche a noi comuni mortali, di leggere un autore che poi vinca il Nobel. Di Le Clézio, scrissi qualche tempo fa su di un blog collettivo  che oggi è un po' trascurato, ossia Il Leggio.
Spero prima o poi di riprendere quel progetto.
L'idea non era male. Il tempo come sempre è poco.
postato da emanuelemanco alle ore 16:45 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: autoreferenziale, le cleziò

mercoledì, 08 ottobre 2008

Film: The Clone Wars

Star Wars: The Clone Wars

Un film di Dave Filoni. Genere Animazione, colore 98 minuti. - Produzione USA, Singapore 2008. - Distribuzione Warner Bros Italia


clone_warsLe Guerre dei Cloni sconvolgono la galassia e gli eroici Cavalieri Jedi si battono per mantenere l'ordine e riportare la pace. Ad Anakin Skywalker e alla sua allieva Padawan, Ahsoka Tano, viene affidata una missione dall'esito cruciale, una missione che li pone di fronte al re del crimine Jabba the Hutt. Ma il Conte Dooku e i suoi agenti malvagi, compresa la spietata Asajj Ventress, non si fermeranno davanti a niente pur di impedire ad Anakin e ad Ahsoka di compiere la loro missione. Intanto sulla linea del fronte delle Guerre dei Cloni, Obi-Wan Kenobi e il Maestro Yoda guidano l'imponente esercito dei cloni nel valoroso tentativo di resistere alle forze del lato oscuro.


Solita enfasi. Solita magniloquenza. Dopo i tre prequel, e l'ottima serie di cartoni di Genndy Tartakovsky, ecco arrivare una nuova serie per raccontarci la Guerra dei Cloni. La "leggenda", ad uso e consumo degli addetti al marketing della Lucas, vuole che lo stesso George Lucas sia stato così entusiasta della nuova serie in grafica 3D, originariamente pensata per la televisione, da volere questo film per le sale, che della serie rappresenta l'antefatto.

Abbiamo smesso di credere alle favole da molto tempo. Lucas è un mago del marketing, e la cosa sta cominciando a venirci anche a noia. Nessuna ipocrisia, ma se c'è una operazione che di artistico non ha neanche il pretesto è proprio questa. Nessuno pensa che si debba lavorare per la gloria, ma almeno lo sforzo di conciliare arte e mercato ogni tanto varrebbe la pena farlo.

Il prodotto in questione cerca di raccogliere nuove fette di mercato. Il giocattolone di Lucas non ha molto appeal nei confronti degli adolescenti attuali, non nella misura che ne aveva negli anni '70 e '80. L'introduzione del personaggio di Ahsoka Tano dovrebbe colmare questo vuoto, introducendo un personaggio adolescente nel pantheon dei personaggi della saga. Un personaggio nato morto. Geniale!

L'intera saga nasce morta, senza emozioni. Che senso ha seguire una storia della quale conosciamo l'epilogo tragico? Riusciamo veramente a trepidare per il destino dei nostri "eroi"? Non credo di farvi chissà quale tragico annuncio, lo abbiamo visto nel terzo prequel, Revenge of The Sith, come finisce la Guerra dei Cloni.

E se proprio era necessario colmare il vuoto tra EPII ed EPIII, non c'era già la bella serie sopra citata? Quella serie era un piccolo gioiellino minimalista. Piccole cronache di guerra, disegnate con uno stile personale.

Questo film è l'inizio di una serie logorroica e magniloquente, che sembrerebbe raccontare in modo diverso quanto già raccontato. In realtà, molto furbamente, la serie si pone negli interstizi narrativi dell'altra. Ma questi interstizi si fanno sempre più piccoli, e il rischio di contraddizioni con il resto è in agguato. Esempio ne è un Obi Wan Kenobi che "non ha mai posseduto droidi", e che gira per tutto il film (ma lo faceva anche negli altri prequel), con il fido R4.

Ma non solo solo ombre narrative in questo film. La grafica in realtà è semplicemente eccezionale. Specialmente nelle sequenze di battaglie stellari. Certe sequenze sembrano tratte da un live action, non da un film di animazione. Discutibile e impersonale però è la caratterizzazione dei personaggi, animati con una piattezza espressiva superata persino dalle marionette dei Thunderbirds. Legnosi e pupazzosi sono quindi i movimenti dei personaggi e nulla la loro dinamica facciale.

I dialoghi raggiungono il minimo storico per la loro banalità. Triste poi il fatto che del cast originale le uniche voci siano quelle di Samuel Jackson (Mace Windu), Antony Daniels (C3po)  e Christopher Lee (Conte Dooku), che testimonia il senso di una operazione al risparmio, ingiustificata se il target deve essere la sala cinematografica, ma assolutamente televisiva. Ammirevole la scelta del doppiaggio italiano, nel quale le voci di Anakin Skywalker, Obi Wan Kenobi, Padme Amidala, C3PO e Yoda sono le stesse dei film.

Le musiche  di Kevin Kiner hanno il loro migliore momento solo nelle citazioni dei temi di John Williams, per il resto sono impersonali.

Attendiamo la serie televisiva, ma senza trattenere il fiato nell'attesa.

postato da emanuelemanco alle ore 09:08 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: recensioni, film

martedì, 07 ottobre 2008

Film: Kung Fu Panda

Kung Fu Panda
Un film di Mark Osborne, John Stevenson. Genere Animazione, colore 95 minuti. - Produzione USA 2008. - Distribuzione Universal Pictures


C'è un tema ricorrente nei film di animazione. Che poi è un tema classico della favola.

Ossia quello dell'ambizione di chi, apparentemente destinato a un vita "normale", è invece destinato alla grandezza, al riscatto dalla sua condizione di normalità.

kung_fu_pandaNei cartoni, sia Disney/Pixar, che adesso anche in quelli Dreamworks, è sempre presente, coniugato in maniera più o meno riuscita.

Questa è la volta di un panda, animale che non è il simbolo dell'agilità, che sogna di diventare un guerriero esperto di Kung Fu. Io non sono esperto di tecniche Kung Fu e mi sono andato a documentare. Tra animali e tecniche di lotta c'è una precisa analogia, in questo sembra che gli autori siano stati molto ben documentati. La trovata, portatrice sia di umorismo che di conflittualità, è l'introduzione in questa mitologia di un panda.

Metteteci la recente riscoperta dei film di arti marziali cinesi degli anni '70. Aggiungete al tutto un motivetto orecchiabile, sempre dell'epoca, ossia Kung Fu Fighting, ed ecco che avete un potenziale blockbuster.

La missione è compiuta, con fredda professionalità. In realtà il personaggio è simpatico, ma non buca lo schermo. Alcune battute sono carine, fanno sorridere, ma nulla di più. Nulla che emozioni veramente. Il film va prevedibilmente verso tutte le direzioni annunciate. Non riusciamo a dubitare neanche per un istante che il panda Po possa fallire nel diventare il temibile guerriero dragone. Anche la rivelazione finale, ossia quale sia la vera fonte del potere assoluto, celata nella pergamena, è praticamente telefonata. Il maestro Shifu è un condensato di Yoda e Maestro Myiagi. Il "metti la cera e togli la cera" è sostituito dallo sfruttare la golosità di Po al fine di allenarlo al Kung Fu. Gli altri personaggi sono un mero contorno, e non si sviluppano mai. L'antagonista non fa paura praticamente a nessuno e fa anche un po' pena, perchè lo immaginiamo sin dalla prima scena umiliato dal panda e la cosa non è bella.

Insomma un onesto spettacolo per famiglie, non siamo ai penosi livelli di Madagascar, un film che gli stessi bambini trovavano noioso. Fatto molto bene. Ma i tempi in cui ci stupivamo per la prodigiosa tecnica di animazione 3D sono passati. Il mezzo è maturo, e la perizia tecnica va assecondata con buone storie.  Il Ratatouille di Brad Bird insegna.

Un "premio" speciale al casting italiano. L'idea di fare doppiare qualsiasi cosa a Fabio Volo grida vendetta. Lasciatelo in TV, che si diverte assai, e fate lavorare i professionisti del ramo, per favore.

postato da emanuelemanco alle ore 17:04 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: recensioni, film

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Bella domanda questa. Non ce lo chiediamo tutti?


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