Typewriter With Picture Of Woman's Face On Paper  

Emanuele Manco

Scritti, impressioni, opinioni.
martedì, 11 agosto 2009

Libri: Rave di Morte

Rave di MorteLa premessa doverosa è che vi rivelerò troppo di questo libro. Siete avvertiti. Ma non riesco a non parlarvene senza mettere in luce parti della storia.

Più che di un romanzo, in tutta onestà, si potrebbe parlare di una raccolta di racconti.

Il romanzo è come se fosse articolato su tre diverse parti, che da sole, non fosse per il fatto di avere lo stesso protagonista e un personaggio che ricorre nel terzo, potrebbero essere autonome.

Nella prima parte il giornalista musicale Les Peels riesce in modo fraudolento a rubare la registrazione del nuovo disco della cantante Yorki Amor.

Ma come nelle fotografie di Blow Up viene scoperto un delitto, Les ascolta gli inequivocabili suoni di evento delittuoso. Verrà coinvolto e schiacciato dall'intrigo e accusato a sua volta di un omicidio che non ha commesso. A fare da sfondo è una ambientazione dominata dalle multinazionali, come la Sonar, proprietaria del disco, i cui interessi soverchiano persino quelli degli stati, figuriamoci delle persone. Un mondo maledettamente simile al nostro, dove il concetto di Stato canaglia è stato sostituito da quello di “quartiere canaglia”. E qui si potrebbe chiudere la vicenda. Ottima la scelta dell'autore di non mostrarci inutili pagine di un dibattimento processuale che sarebbe stato fine a sé stesso. Ora dirò le parolacce, scusatemi, ma tutto questo mi ha ricordato, mutatis mutandis, Rapporto di Minoranza, di Dick, nella sua versione letteraria ovviamente, dove il protagonista soccombeva, vittima del sistema di cui era garante.


Ma la vicenda del protagonista prosegue, in una prigione che è la città di Detroit. E se mi state per fermare dicendo, “ma questa dove l'ho sentita”, è lo stesso autore che lascia dubbi. La citazione è esplicita, 1997 Fuga da New York c'entra. Ottimo il modo in cui l'autore ce ne giustifica la presenza, a pagina 81

[...] il Commissario Federale della Sicurezza Nazionale, grande cinefilo, ha avuto l'idea di trasformare l'intera zona urbana in penitenziario di massima sicurezza[...]”

La responsabilità non è quindi dell'autore ma del burocrate da lui immaginato, che ha realizzato la citazione definitiva. E' una parte angosciante, non scritta affatto male, che sembra però pascersi troppo di sangue, membra e membri, olio di macchine, innesti cyborg e vischiose poltiglie di “carne-tallo” cronenberghiano.

E anche qui, con il disperato tentativo del protagonista di sopravvivere, sarebbe potuto finire il racconto. Finora Les non ci ha fatto una gran bella figura, dobbiamo ammetterlo. Spostato a destra e a manca dagli eventi e dal suo autore, sembra proprio un poveraccio qualsiasi. Uno di noi forse. Non possiamo negarlo. Ma forse anche troppo.

Un deus ex machina discutibile salva Les. Alla fine della notte degli orrori, arrivano in prigione i reclutatori dell'esercito USA che in cambio della libertà offrono ai prigionieri di combattere nell'ennesima campagna irachena. Quando si dice “avere più c... che anima".

Durante la fase di addestramento un efficace dialogo tra il protagonista e un personaggio femminile apparso prima risolve brillantemente il problema dello “spiegone” necessario a circa tre quarti della trama. Il momento nel quale il romanziere navigato fa il punto della situazione e annuncia al lettore che sta cominciando la discesa verso il finale.

Il nostro pupazzo, assieme agli altri pupazzi, diventa quindi un aerotrasportato milite (potremmo immaginarci gli elicotteri di Apocalypse Now o di centinaia di altri film), che subisce il destino di essere però anche cavia di laboratorio. Una musica, che per contrappasso ha proprio composto Les, diffusa nelle teste dei soldati ha l'effetto di drogarli e di eccitarli oltre ogni misura, facendoli diventare sanguinosissime macchine da guerra.

Non che in fondo la razza umana non sia stata capace di compiere misfatti senza aiuto.

Le scene di orrore descritto, per quanto possano sembrare parossistiche e compiaciute, sono abbastanza in linea con la moderna iconografia delle “sporche guerre”. Quindi anche qui abbiamo sbudellamenti e stupri d'ordinanza. E' la guerra baby, non puoi farci niente.

Anche il finale dell'ultima parte, finale dei finali si potrebbe dire, chiude il cerchio nell'unico modo logico possibile.

Concludendo tre episodi in qualche modo incollati da scene di raccordo e da un sottile filo rosso, riescono a comporre un romanzo?

Tutto sommato si, anche se discontinuo e non completamente bene amalgamato, ma rappresenta una base da cui partire, perché idee lo scrittore ne ha, e in ogni caso sa come metterle su carta. Se è vero che questa è la sua prima prova su questa lunghezze, egli sembra conoscere i trucchi dell'esperto romanziere. I casi sono due, ottimo editing o innato talento. O una miscela di entrambe le cose. Il risultato finale è un romanzo breve, che non indugia in una serie di descrizioni che sarebbero ridondanti visto che l'iconografia a cui attinge è fin troppo presente fra noi. Scorrevole nella lettura, riesce a non farci incagliare anche nelle parti che all'apparenza potrebbero risultare ostiche. Non indugia, non gira mai a vuoto. Ma ci porta da un punto all'altro come una pallina da flipper nello stesso modo in cui fa con il protagonista, disturbandoci a volte, trascinandoci furiosamente dal punto A al punto B, ma accompagnandoci senza noia fino alla fine.



Mario Gazzola, Rave di Morte

Ugo Mursia - Pagine 176 - Euro 12,00
EAN 978-88-425-4088-5


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categoria: recensioni, libri, fantascienza

giovedì, 07 maggio 2009

Film: Star Trek

FANTASCIENZA, Star Trek, USA, 2009 - regia di J.J. Abrams - scritto da Roberto Orci, Alex Kurtzman - con Chris Pine, Zachary Quinto, Eric Bana, Simon Pegg, Winona Ryder, Zoe Saldana, Karl Urban, John Cho, Bruce Greenwood, Ben Cross, Anton Yelchin, Leonard Nimoy, Greg Ellis, Chris Hemsworth - durata: 126 minuti - distribuito da Universal Pictures - giudizio: eccellente


locandina-star-trek-xiIl Mito è tornato. Star Trek non è solo una saga di fantascienza, ma una delle rappresentazioni più alte del viaggio dell'Eroe. C'è il presagio di grandezza, che può essere accompagnato da una tragedia. C'è l'ascesa alla grandezza. Ci sono i compagni di viaggio, personaggi anche apparentemente ostili, ma che diventeranno amici dell'eroe e lo aiuteranno a compiere il suo destino. C'è un mentore, che deve mostrare all'Eroe il cammino cha ha davanti. C'è un grande antagonista. E quindi c'è la Prova. Il momento in cui l'Eroe dovrà affrontare il suo Destino e dimostrarsi all'altezza.

Ecco che quindi J.J. Abrams non ha raccontato altro che questo. Ma lo ha fatto dannatamente bene.

L'impresa era ardua. Riprendere dei personaggi che hanno fatto storia, James T. Kirk, Spock, Leonard McCoy, Hikaru Sulu, Pavel Checov, Uhura, Montgomery Scott e riscriverne la leggenda. Roba da fare tremare i polsi a chiunque.

 

Non fate caso a quelle che il fan riterrebbe delle incongruenze. Dimenticate il fanatismo di chi osserva, con saccenza, che l'avvenimento "X" contraddice quello che è stato detto nell'episodio "tal dei tali".

In verità dei fan Abrams non se ne è dimenticato, riuscendo a riscrivere le origini del Mito, senza rinnegarlo. Complimenti a Roberto Orci e Alex Kurtzman, o forse allo stesso Abrams, per la trovata che chiude il cerchio, con una logica assolutamente ineccepibile.

Tutti bravi. A cominciare dal regista e produttore, J.J. Abrams che confeziona un film senza un attimo di stanca, con un ritmo incalzante, con serrati colpi di scena e tante emozioni.

Non dimenticherò mai Hikaru Sulu che affronta un romulano all'arma bianca, in bilico su una piattaforma sospesa sopra il pianeta Vulcano.

Sono emozioni vere, che non possono lasciarci indifferenti, raccontate con personaggi archetipici, che vivono avventure dalla valenza universale. Poco importa che viaggino sopra astronavi, anziché su carri alati, o che usino il teletrasporto invece di un incantesimo. La magia è la stessa. Fidatevi.

Ottimi, tutti, gli interpreti. Senza timori reverenziali non scimmiottano i precedenti illustri, ma danno il loro contributo assolutamente personale alla leggenda. Una scelta di casting felicissima.


Da sinistra John Yelchin (Pavel Checov) Chris Pine (James T. Kirk), Simon Pegg (Scotty), Karl Urban (McCoy), John Cho (Hikaru Sulu), Zoe Saldana (Uhura)

Forse è appena sufficiente Eric Bana, il cui personaggio, l'antagonista Nero, è però un cattivo da antologia.

E non possiamo dimenticare il duo di mentori che guida i nostri eroi: l'ottimo Bruce Greenwood, nel ruolo del carismatico Capitano Christopher Pike, e Leonard Nimoy, che ovviamente interpreta Spock anziano, guida e rifermento prima di Kirk, e poi del giovane sé stesso. 

Sufficenti, ma anch'essi funzionali, Ben Cross e Wynona Rider, nei panni dei genitori di Spock, Sarek e Amanda.

 

L'allestimento tecnico è ineccepibile.

Bella e solare la fotografia di Daniel Mindel, che ha lavorato con Ridley e Tony Scott, oltre che con lo stesso Abrams in Mission: Impossibile 3.

Ottimo è il montaggio, serrato e incalzante, di Maryann Brandon e Mary Jo Markey, parte integrante della squadra di J.J. Abrams sin da Alias.

Le scenografie reinventano l'aspetto dell'universo di Star Trek omaggiando il passato quanto basta, merito dello scenografo Scott Chambliss (membro fisso della squadra di Abrams anch'egli). L'Enterprise, grazie alle sue invenzioni è, come sempre, la co-protagonista del film.

Belli i costumi di Micheal Kaplan, che aggiorna il look classico tanto quanto basta.

Le musiche e gli effetti sonori sono sicuramente la marcia in più di questo film. Micheal Giacchino  ha costruito una partitura semplicemente eccezionale, che non imita mai per un momento il classico tema  di Alexander Courage, salvo poi citarlo e riprenderlo alla grande al momento più opportuno, come doveroso omaggio al mito.

In ogni caso il tema originale di questo film, grandioso ed epico, è frutto della personalità di Giacchino, che è quindi degno di affiancarsi con pari dignità agli illustri predecessori.

Gli effetti sonori meritano anch'essi un tributo; il sound Designer Ben Burtt, ha dato un contributo, parole dello stesso Abrams, pari al 51% del film. Non è enfasi pubblicitaria fidatevi. Il rumore di fondo del ponte, le cataclismatiche esplosioni, e anche il "rumore" del vuoto dello spazio, sono il degno completamento della narrazione. Gli effetti sonori sembrano cosa da poco, ma sbagliarli in un film del genere avrebbe distrutto ogni buona intenzione. Detto per inciso, Burtt, ha vinto 4 premi Oscar, il primo dei quali per un "filmettino" degli anni '70 chiamato Star Wars, e ha ricevuto vagonate di altri premi e di nomination. Scusate se è poco.

 


Zachary Quinto è Spock in una drammatica sequenza di Star Trek

L'intera operazione è quindi nata sotto buoni auspici. Grazie alla trovata della sceneggiatura il film non è in realtà un vero e proprio prequel, nè un restart che fa piazza pulita di tutto il patrimonio di storie che dal 1966 appassiona milioni di persone nel mondo. E' invece una storia che (sembra contraddittorio visto che parla del passato ma è così) porta avanti e verso nuove direzioni un franchise che sembrava non avere più nulla da dire, pur conservando tutti gli elementi che l'appassionato di lunga data conosce e ama, come il sogno ottimistico di Roddenberry, l'integrazione tra razze, non solo umane, ma anche aliene. C'è persino il sacrificio della tutina rossa!

Tutto questo resistendo alla moda del momento di rendere cupo e oscuro il mondo di Star Trek, come se per forza qualsiasi rilettura in chiave moderna debba per forza essere dissacrante e violenta. Operazione legittima quando il restart riguarda personaggi cupi e oscuri alle origini come Batman o James Bond, ma che sarebbe stata fuori luogo con lo Star Trek degli anni '60.

 

E' un film sicuramente in grado di appassionare le nuove generazioni. Sono convinto che il lavoro di Abrams sia quello che sarebbe Star Trek se venisse creato oggi. E' sorprendente che il migliore interprete del sogno di Gene Roddenberry sia un produttore che non è mai stato un fan della saga.

Bentornato Star Trek, ci sei mancato.

 

Recensione pubblicata anche su FantasyMagazine.

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categoria: film, fantascienza, star trek

sabato, 25 ottobre 2008

Recensione racconto: Cardanica di Dario Tonani

Oggi cerco di riprendere il discorso su questo blog. Le collaborazioni conrobot_54_z Fantasymagazine e Fantascienza.com, mi assorbono molto del poco tempo libero che ho. Ma ogni tanto qualche pensiero sparso deve trovare il suo posto. E' da parecchio che volevo parlare di questo racconto, Cardanica, di Dario Tonani (l'autore di Infect@,) pubblicato sul numero 54 di Robot. L'ho letto,e divorato, qualche mese fa. Però non riuscivo mai a trovare il tempo di raccogliere le mie idee. Tant'è che me lo sono riletto più volte. Perchè in questi mesi più volte ho tentato di scrivere la recensione, e volevo rinfrescarmi le idee. Insomma avrei potuto leggere un romanzo nel tempo in cui ho letto Cardanica. Ma non è stato tempo perso. Il racconto ha retto ogni rilettura. Di cosa parla è presto detto.
In un mondo futuribile, grandi deserti, forse contaminati da radiazioni, sicuramente infestati di letali creature, sono solcati da autotreni enormi come vascelli. Questi veicoli si mantengono su un equilibrio molto precario, se avete mai guidato sulla sabbia saprete a cosa mi riferisco. Ma il cuore di questi convogli sono gli pneumosnodi, mirabili artifici della meccanica del futuro, moduli di raccordo tra i vagoni degli autotreni, che consentono a questi , ormai battezzati come "navi a ruote", di inclinarsi  in curva e muoversi sul terreno incidentato.
Ma c'è un altro compito di questi congegnii: se una nave a ruote si impantana nel deserto, e l'evento è tutt'altro che raro, i pneumosnodi diventano delle capsule di sopravvivenza autonome nelle quali gli occupanti delle navi possono trovare rifugio. Cosa che nel racconto accade al Commodoro (curioso e interessante l'uso dei gradi marinari) Garrasco D. Bray e al scondo pilota Victor Galindez, quando un incidente accade alla loro nave, la Robredo.
Ed è questo il vero inizio del racconto, quando i due protagonisti entrano nel pneumosnodo battezzato Cardanic. Gli pneumosnodi sono progettati per funzionare al meglio, e mantenere al meglio gli occupanti.
Dispongono di una intelligenza artificiale che prenderà delle decisioni in tal senso. Quali siano queste decisioni vi consiglio di scoprirlo.
Con una prosa snella il racconto ci mostra l'odissea e la evoluzione dei tre protagonisti. No, non avete letto male. Ho scritto tre. Non ve ne siete persi uno. Ma come avrete capito Cardanic è uno dei protagonisti del racconto. Innegabilmente. Un racconto efficace in quasi tutti i suoi passaggi. Forse meno scorrevole  nelle  parti di infodump, che sono sempre un problema annoso.  Che in questo racconto siano funzionali alla costruzione dell'universo narrativo è innegabile. Che due persone che abbiano fretta di salvarsi disquisiscano sul funzionamento del pneumosnodo è forse un po' forzato. 
Questo non impedisce di farsi avviluppare da atmosfere che ricordano talvolta Lovecraft, talvolta Clive Barker, passando per il claustrofobico The Cube. Il racconto è meritevole della vostra attenzione e, ne ho la convinzione, potrebbe dare molte soddisfazioni al suo autore ai prossimi premi Italia.


Cardanica. Un racconto di Dario Tonani
Pubblicato su Robot 54
Edizioni Delos Books
ISBN 9788895724249
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categoria: recensioni, racconti, fantascienza

giovedì, 23 ottobre 2008

2000 La fine dell'uomo

2000: La Fine Dell'Uomo (No Blade of Grass)
Un film di Cornel Wilde.
Interpreti: Nigel Davenport, Jean Wallace, Antony May, Anthony May, John Hamill, Lynne Frederick, George Coulouris, Patrick Holt, Wendy Richard, Nigel Rathbone, Christopher Lofthouse, Ruth Kettlewell, M.J. Matthews, Michael Percival, Tex Fuller, Simon Merrick.
Sceneggiatura:  Sean Forestal, Cornel Wilde (da un romanzo di John Christopher)
Genere: Fantascienza, colore 97 minuti.
Produzione: Gran Bretagna 1970.

Il film
Il romanzo originale da cui è tratto "2000: La fine dell'uomo" è del 1956. Arrivato in italia nel 1958, con il titolo "La peste verde", pubblicato poi da Urania con il nome "Morte dell'Erba", "No Blade of Grass" a un primo esame si può inquadrare nel genere catastrofistico-ecologista.
Non fatevi ingannare dal titolo italiano del film. Nell'originale la data non c'era. La vicenda è ambientata negli anni '70, così come il romanzo era ambientato negli anni '50. Tanto che la sua vicenda potrebbe anche essere ambientata ai giorni nostri, visto che molte delle problematiche di cui parla sono tuttora oggetto di preoccupazione per l'uomo contemporaneo. Il rapporto dell'uomo con la natura e i suoi delicati equilibri è oggetto di costante attenzione e preoccupazione. Se ora, forse, siamo più consapevoli di quanto danno possiamo arrecare alla natura con una condotta dissennata, è anche per merito di quei "menagrami" degli autori fantascientifici, tra i quali merita un posto d'onore John Christopher, che ha scritto il romanzo.
Se il romanzo faceva irrompere nello scenario un virus, una causa esterna in qualche modo, e lo rendeva responsabile della estinzione della vegetazione sul pianeta terra, il film pone l'enfasi sui dissennati comportamenti umani. Il virus si scatena per un letale accumulo di inquinanti industriali. Siamo nel 1970, e c'è più consapevolezza di quanta ce ne fosse negli anni '50.
Il film entra subito nel vivo dell'azione, con i protagonisti in fuga precipitosa fuori dalla città. Una serie di veloci flashback ci mostrano come si sia arrivati a tale situazione. I protagonisti, una comune famiglia britannica, l'architetto John Custance, sua moglie, i figli e il fidanzato della figlia, si avventureranno per una Gran Bretagna sottoposta a legge marziale, per cercare di raggiungere la fattoria in Scozia del fratello di John, Davide (Davey nel romanzo) è un contadino che per sopravvivere ha accumulato scorte alimentari e ha cominciato a coltivare tuberi e ad allevare maiali. Il virus infatti non colpisce queste forme di vegetazione, e i maiali che se ne possono nutrire, mentre i bovini no.
A loro si aggreggheranno altri personaggi, come Billy (Pirrie nel romanzo), un abile esperto di armi, che più degli altri è disposto a lasciarsi dietro le regole della civilizzazione per la legge della giungla, insieme alla moglie Clara (Millicent nel romanzo).
L'odissea attraverso la Gran Bretagna stravolgerà i personaggi sin dall'inizio, ponendoli davanti a scelte che per alcuni saranno tormentate, per altre naturali come sopravvivere.
Il film propone sin da subito immagini "forti". Nei primi flashback per esempio, con  l'ancora opulento occidente, che si nutre a dismisura mentre su schermi televisivi scorrono le immagini delle popolazioni asiatiche ridotte alla fame.
Ossessive sono le immagini che mostrano il mondo inquinato. Così come efferate e parossistiche a un certo punto della vicenda cominciano a essere le scene violente. Stupri, massacri, omicidi, sparatorie, si susseguono senza soluzione di continuità, a volere dimostrare la tesi che di fronte al pericolo comune, anzichè la solidarietà s'innesca quella guerra di tutti contro tutti teorizzata dal filosofo Thomas Hobbes.  Lo stile ricorda parecchio quello dei "Mondo Cane" di Jacopetti. E il film perde sia la propria iniziale compattezza stilistica, che quella del romanzo; Volendo colpire con le immagini, la dove il romanzo ricorreva a sottigliezze verbali e contenutistiche. Alla fine perde efficacia anche come opera a sé stante, mettendo troppa carne al fuoco.
Uno dei conflitti principali del romanzo, il dualismo tra i fratelli, si disperde in questo caos, e non appare evidente se non nell'amaro finale, fedele a quello letterario. 
Il distacco con il romanzo avviene anche con la soppressione di alcuni personaggi e con alcuni piccoli particolari che pur non essendo fedeli formalmente al testo, lo sono nella sostanza e quindi non disturbano più di tanto la vicenda.
Quello che rappresenta una netta cesura con il testo è proprio l'enfasi sulle sparatorie  e le scene di guerra, che poi saranno un leit motiv del cinema catastrofistico successivo, quello alla "Mad Max" per intenderci. L'esigenza di rimpolpare l'esile ma concettualmente pregnante trama del romanzo, non giova al film, forse anche perchè il regista non riesce a mantenere compattezza fino alla fine.
Il regista del film, Cornel Wilde, era un attore con un discreto curriculum. Nato in Ungheria nel 1919, ha avuto il suo momento di gloria nel ruolo de "Il grande Sebastian" in "Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. De Mille, del 1952. La sua carriera di attore iniziata nel 1936, è durata, con le ultime apparizioni come "guest star" in vari telefilm, fin quasi la sua morte, avvenuta per leucemia nel 1988. Ha avuto anche una nomination all'Oscar nel 1945, per "L'Eterna Armonia", film sulla vita di Chopin.
Come regista ha firmato un film molto acclamato della critica del periodo, "La preda nuda", nominato agli Oscar nel 1966. Il film è incentrato anch'esso sul tema della lotta per la sopravvivenza, in questo caso di un uomo civilizzato nella natura selvaggia. Un film del quale la critica ha apprezzato il taglio semidocumentaristico, la riduzione al minimo dei dialoghi, la spoglia narrazione, le scene forti d'azione la cui ferocia è sempre giustificata, quasi mai compiaciuta. Del film Wilde è stato anche protagonista.
Dei suoi film è stato regista, produttore e molto spesso sceneggiatore.
Il protagonista del film, Nigel Davenport, è un caratterista di lungo corso del cinema inglese, nato nel 1928 e ancora vivente, ha lavorato in decine di film. Ne citiamo solo alcuni tra i più famosi: "Greystoke la Leggenda di Tarzan", "Zulu Dawn" e "Momenti di Gloria".
Tra le curiosità della sua carriera c'è il fatto che durante la lavorazione di 2001: Odissea nello Spazio, impersonò la voce di Hal 9000. La sua voce però non convinse Kubrick che lo fece poi ridoppiare dall'attore canadese Douglas Rain.

Il romanzo
John Christopher è uno dei numerosi pseudonimi usati da Christopher  Samuel Youd, un prolifico ed eclettico autore inglese, con una lunga carriera e decine di romanzi di tutti i generi all'attivo. Nato nel 1922 nel Lancashire, appassionato divoratore di romanzi e racconti di fantascienza, John Christopher iniziò a pubblicare le sue opere nel 1949, continuando a scrivere per oltre cinquanta anni. Tra i romanzi possiamo ricordare Inverno senza fine (The world in winter, 1962) e la trilogia dei Tripods, alla quale nel 1988 venne aggiunto un prequel, che negli anni ottanta dette origine a una serie televisiva inglese.
Il romanzo "La Morte dell'Erba" è stato da poco rieditato nella collana Urania Collezione, nel numero 43. Il volume contiene al suo interno, non solo una versione riveduta e corretta della traduzione, ma anche una bella postfazione di Giuseppe Lippi e una sintetica biografia e bibliografia del suo autore.
Pur se apparentemente incentrato sulla catastrofe naturale, il romanzo ha anche altre ambizioni. Evidente è sin dall'inizio il conflitto tra i due fratelli John e Davey, Il primo ambizioso e desideroso di fare carriera nella grande città. Il secondo invece (è) ancorato alla terra di origine e alla cultura contadina.
In realtà tale conflitto non sarà evidente fino all'arrivo del virus, perchè proprio la divergenza di interessi li porrà in luoghi diversi. John eserciterà la professione di architetto a Londra, Davey continuerà a gestire la proprietà di famiglia. L'arrivo del virus Chang Li cambierà le priorità di John, che a quel punto cercherà rifugio in quella campagna che invece aveva disdegnato. E' emblematico nel romanzo il ritardo di questo personaggio nel fuggire da Londra, dovuto alla cura dei suoi interessi personali. L'esitazione di John, nella speranza illusoria che il mondo non venga stravolto, è la logica giustificazione di quella sindrome da vittima sacrificale che affligge molti protagonisti di opere letterarie e non, e che talvolta non trova giustificazione.
Perchè molte volte le vittime di delitti si infilano in oscure stanze dove non entrerebbe nessuno? John esita perchè (ancorato) asservito ai valori del lavoro e del successo personale, ha un cantiere da seguire e non lo vuole mollare, nonostante sia consapevole delle tragedia imminente.
Le pagine iniziali poi, che indagano sulle radici della diversità dei fratelli, sono degne dei migliori romanzieri "mainstream". Una lettura assolutamente gratificante.
Tra le curiosità sul romanzo, c'è la voce che,all'epoca della sua uscita, il successo ottenuto fu tale che fece salire le vendite delle armi di difesa personale.

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lunedì, 14 aprile 2008

Le lacrime dello sceriffo

http://www.fantascienza.com/magazine/notizie/10722/

http://www.fanucci.it/


In qualità di "traduttore", mi sento tirato in causa.
Nessuno ha voluto prendere in giro nessuno. Nella postfazione del libro si chiarisce molto bene la natura dell'operazione. Il volume è venduto a un prezzo di sola copertura delle spese, con
licenza Creative Commons non commerciale. Quindi l'ipotesi di "sfruttamento" è campata in aria.
Il sottoscritto, come tutti "i traduttori", ci ha messo il proprio nome e cognome nell'operazione. Non mi sono nascosto dietro pseudonimi o nomi collettivi. Ne ho pure parlato sul mio blog. Purtroppo, data la scarsa diffusione del volume, credo che nessuno abbia potuto riscontrare
questo fatto.
L'articolo su http://www.carta.org/ozio/12739 è molto ironico. Ma l'ironia balla sempre su un sottile filo, difficile talvolta da scorgere.
Il problema serio è che l'antologia è un oggetto misterioso. A quanto mi risulta, molti autori stanno ancora aspettando la loro copia personale. Spero che la cose migliori, e che magari si possa parlare dell'antologia con cognizione di causa, e non per sentito dire.
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giovedì, 03 aprile 2008

Frammenti di una rosa quantica

Un anno fa la prima antologia connettivista tentava di dare una panoramicacoprosaquantica delle principali tematiche del movimento. Questa seconda antologia, Frammenti di una rosa quantica, non è così ambiziosa. Più prosaicamente si fregia della sua frammentarietà, sin dal titolo. Il riferimento alla meccanica quantistica evidenzia lo stato naturale del movimento, che vive continui cambiamenti di definizione, resistente a qualsiasi osservazione. Anzi proprio il tentativo di osservazione genera i cambiamenti.

L'antologia presenta quindi ancora più discontinuità, al suo interno, di quante ne avesse la prima.

Ci sono anche nomi nuovi. Ci sono i connettivisti della prima ora, ma anche semplici simpatizzanti, coinvolti perché comunque affini a un movimento che può essere tutto e il contrario di tutto.

In un anno sono successe tante cose. Scrivendo s'impara. La vittoria al premio Urania di Sezione π2 non è un evento casuale, né unico. Anche altri connettivisti hanno vinto prestigiosi premi per racconti. Infatti in questa antologia la qualità media è nettamente migliorata, pur partendo dal buon livello della precedente.

Veniamo ai racconti.

Orizzonte degli Eventi, di Giovanni De Matteo è un racconto che per struttura è da considerarsi un romanzo breve. Un racconto che oscilla tra suggestive evocazioni di millenarie civiltà, citazioni fumettistiche, paradossi della fisica e la migliore space opera. E' così ben strutturato da essere suscettibile di ampliamenti, che potrebbero portarlo al respiro del romanzo lungo.

SPAM di Filippo C. Battaglia, è un allucinato viaggio nelle estreme conseguenze dalla civiltà dei consumi. Graffiante.

L'uomo dei pupazzi di schiuma di Dario Tonani, ci mostra l'avvento di nuove forme di vita. Figlie sia dell'avanzata manipolazione dei materiali, che del software che assume auto consapevolezza. Il racconto pur tuttavia sembra fermarsi prima di possibili sviluppi. Peccato perché è molto ben scritto.

Chandra, sogna la neve che brucia di Alberto Cola.
Ossia anche le AI hanno un anima. I “ghost” che si affannano a cercare le tracce della più evoluta di esse, ossia “Miracle” se ne renderanno conto? Attenzione, la risposta potrebbe inquietare più della domanda. Bello.

Cento anni di Sandro Battisti è breve come un soffio. Ma è intenso, struggente. Le estreme conseguenze dell'ingordigia di sapere e conoscenza sono sempre dietro l'angolo. Fare attenzione. Sempre. Da leggere e da ascoltare nei reading che Sandro tiene per l'Italia.

Principio d'induzione di Roberto Furlani è un ottima drammatizzazione di un principio della fisica classica, immerso in uno scenario di guerra futuribile, in realtà fin troppo attuale. Un racconto dallo svolgimento compiuto. Uno dei migliori dell'antologia.

137 di Lukha Kremo Baroncinij.
Intelligenze naturali alimentano computer organici, connessi a loro volta con intelligenze artificiali. In uno scenario freddo e disumano si combatte un conflitto silenzioso. Immaginifico e ben scritto.

Confiteor di Mario Gazzola è un pugno nello stomaco. Ostie mediche sono in grado di fare dimenticare i peccati, fatti e, soprattutto, subiti. L'antico rituale della confessione è quindi asservito a scopi che il racconto esplicita senza pudore. Ottimo senso del ritmo, esaltato nei reading dalle ottime capacità espressive del suo autore, ma capace di emozionare anche alla sola lettura privata.

L'ultima stanza del mondo di Alex Tonelli ha per protagonisti quattro sopravvissuti a una pestilenza mondiale. Ma l'essere chiusi in una stanza, senza contatti con il mondo, li renderà protagonisti di uno dei più classici paradossi quantistici. Buona costruzione dei personaggi.

Afterlife di Daniele Pasquini.
Il racconto narra di un futuro nel quale l'anima, dopo la morte, diventa un software da caricare in un software di realtà virtuale. La vera e definitiva Second Life. Ovviamente nulla è mai semplice come si crede. Non completamente sviluppato, a mio giudizio, ma il tema è interessante.

Esperimento quantico di Domenico Mastrapasqua racconta di un novello icaro quantistico. Del sempre eterno protendersi oltre ogni limite fisico. Ovviamente le conseguenze di questa ricerca sono sempre imprevedibili.

La favola nera di Marco Milani è la coniugazione in chiave connettivista dell'eterno scontro dell'uomo con le sue paure. In questo caso di un bambino, che affronterà lo spauracchio più temuto, “l'uomo nero”. Buonissimo il dialogo.

L'istante gelido di Fernando Fazzari è un aneddoto, più che un racconto. Una Bologna non molto lontana dall'attuale fa da sfondo a una resa dei conti tra padre e figlio, con toni da racconto maistream.

Amiens (1905) di Simone Conti è una delle punte di diamante di questa antologia. E' possibile fare interagire Jules Verne con tutti, dico tutti, i personaggi delle sue opere? Chi è il misterioso nemico che insieme dovranno affrontare? Da leggere. Non me ne vogliano gli altri, ma è il mio racconto preferito dell'antologia. Assolutamente da leggere.

In conclusione un'antologia tutta da leggere. Come già scrissi l'anno scorso, i connettivisti hanno il maledetto vizio di parlare poco, e scrivere tanto. E il maledetto coraggio di esporsi, in un momento che continua a essere poco felice per la fantascienza. Non posso poi non fare i miei complimenti a Giorgio Raffaelli per le splendide immagini a corredo dei racconti, che avrebbero meritato la stampa a colori. Ma capisco anche l'esigenza meritoria dell'editore di mantenere un prezzo abbordabile. Ottima è poi la grafica del volume. Curata e ben fatta anche la parte redazionale, che consta nella simpatica introduzione di Luca Masali, la compiaciuta nota dell'editore Luca Kremo Baroncinij e le necessarie note biografiche sugli autori.

Prendete e leggetene tutti.

Autori Vari,
Frammenti di una rosa quanti
FANTASCIENZA
Kipple Officina Libraria
Bibliotheka di Avatar
Anno 2008
pagine
224
prezzo 15,00 euro



Recensione pubblicata su Fantascienza.Com
e sul Leggio


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categoria: recensioni, fantascienza, connettivismo

mercoledì, 12 marzo 2008

Italcon

Domani sarò alla Italcon. Il blog, per sua definizione aperiodico, potrebbe non essere aggiornato. Anche se in realtà mi piacerebbe molto fare una specie di cronaca in diretta, visto che mi porterò il pc e ci sarà la connessione Wi-fi.
Spero di riuscirci. Anche se ho voglia di godermela tutta questa Italcon.
postato da emanuelemanco alle ore 11:33 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: fantascienza, italcon

lunedì, 10 marzo 2008

L'ultimo assassino

Segnalazione autoreferenziale!
Un mio racconto è stato pubblicato sulla rivista NeXT. Ho adottato lo pseudonimo Manex per aderire al movimento. Spero sia solo il primo passo di un lungo percorso.
La rivista la trovate a questo link.
postato da emanuelemanco alle ore 11:10 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconti, fantascienza, connettivismo, autoreferenziale

lunedì, 11 febbraio 2008

Cineforum

Il momento è di attesa. Ho letto cose interessanti. Ne scriverò quando avrò raccolto le idee. Nel frattempo vi annuncio che vi aspetto Il 18 febbraio 2008, alle ore 21, al cineforum organizzato dal club USS Leonardo presso Arci Corvetto in via Oglio, 21 MM 3 fermata Brenta, (ingresso libero, con tessera annuale ARCI acquistabile in loco, servizio bar e cucina). Presenterò l'OAV 2001 Nights (Nisenichi Ya Monogatari, 1987). Tratto dall'omonimo manga scritto e disegnato da Yukinobu Hoshino. L'OAV è inedito in Italia, e verrà proiettato in versione originale sottotitolata in italiano. L'evento è l'occasione per dare uno sguardo a una diversa coniugazione di un tema classico della SF,  ossia l'esplorazione del cosmo. Una scheda introduttiva al manga e al film è reperibile a questo link.
postato da emanuelemanco alle ore 16:25 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: fantascienza, cineforum, autoreferenziale

venerdì, 01 febbraio 2008

Scorrete lacrime, disse lo sceriffo

Ossia, c'è un racconto "tradotto da me" in questa antologia. Ma mi sono dimenticato di dirvi che giorno 30 gennaio c'è stata la sua presentazione.
Sono decisamente distratto.

"Era il 1957 quando Philip K. Dick immaginava, nel romanzo "La Città Sostituita" (Urania 1962 n°280), lo scontro tra le immense forze che dominano l'universo in un piccolo centro della periferia americana. Queste avevano il potere di cambiare percettivamente la cittadina semplicemente rimuovendo i ricordi dalle menti dei suoi abitanti. Solo attraverso un poderoso sforzo mnemonico condiviso era possibile infine far calare lo strato di nebbia maligno che avvolgeva il tutto riportando alla luce i palazzi, le vie alberate e i luoghi della socialità cittadina.


E' nel solco aperto da tali storie e personaggi che il Laboratorio Sociale Crash e lo scrittore Valerio Evangelisti, affiancato da un team di esperti traduttori, hanno deciso di pubblicare in anteprima europea gli scritti inediti del grande romanziere di fantascienza nella raccolta "Scorrete lacrime disse lo Sceriffo".
Storie e racconti per troppo tempo rimasti nel buio di un cassetto chiuso, per troppo tempo private del privilegio di essere sfogliate da mano umana. Storie che narrano, come nel più fortunato "La Città Sostituita" , della lotta tra potenze sovrumane e malefiche per il controllo della città, delle parole e della memoria. Storie che vedono protagonisti personaggi e politici impazziti manipolare la realtà e la memoria collettiva in accordo con le proprie paranoie, fino al punto in cui diventa arduo riconoscere per il lettore ciò che e' reale e ciò che, invece, e' semplice costruzione immaginaria di una mente perversa. Malefici "Golem", creati da perfidi burocrati stregoni, verranno aizzati contro la povera gente, contro i cittadini di fantomatiche città o semplicemente contro chiunque non concordi con i capricci e le fantasie del "Necromante" politico di turno."

Fonte: http://www.zic.it/zic/articles/art_2122.html
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