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Emanuele Manco
Scritti, impressioni, opinioni.
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La premessa doverosa è che vi rivelerò troppo di questo libro. Siete avvertiti. Ma non riesco a non parlarvene senza mettere in luce parti della storia.
Più che di un romanzo, in tutta onestà, si potrebbe parlare di una raccolta di racconti.
Il romanzo è come se fosse articolato su tre diverse parti, che da sole, non fosse per il fatto di avere lo stesso protagonista e un personaggio che ricorre nel terzo, potrebbero essere autonome.
Nella prima parte il giornalista musicale Les Peels riesce in modo fraudolento a rubare la registrazione del nuovo disco della cantante Yorki Amor.
Ma come nelle fotografie di Blow Up viene scoperto un delitto, Les ascolta gli inequivocabili suoni di evento delittuoso. Verrà coinvolto e schiacciato dall'intrigo e accusato a sua volta di un omicidio che non ha commesso. A fare da sfondo è una ambientazione dominata dalle multinazionali, come la Sonar, proprietaria del disco, i cui interessi soverchiano persino quelli degli stati, figuriamoci delle persone. Un mondo maledettamente simile al nostro, dove il concetto di Stato canaglia è stato sostituito da quello di “quartiere canaglia”. E qui si potrebbe chiudere la vicenda. Ottima la scelta dell'autore di non mostrarci inutili pagine di un dibattimento processuale che sarebbe stato fine a sé stesso. Ora dirò le parolacce, scusatemi, ma tutto questo mi ha ricordato, mutatis mutandis, Rapporto di Minoranza, di Dick, nella sua versione letteraria ovviamente, dove il protagonista soccombeva, vittima del sistema di cui era garante.
Ma la vicenda del protagonista prosegue, in una prigione che è la città di Detroit. E se mi state per fermare dicendo, “ma questa dove l'ho sentita”, è lo stesso autore che lascia dubbi. La citazione è esplicita, 1997 Fuga da New York c'entra. Ottimo il modo in cui l'autore ce ne giustifica la presenza, a pagina 81
“[...] il Commissario Federale della Sicurezza Nazionale, grande cinefilo, ha avuto l'idea di trasformare l'intera zona urbana in penitenziario di massima sicurezza[...]”
La responsabilità non è quindi dell'autore ma del burocrate da lui immaginato, che ha realizzato la citazione definitiva. E' una parte angosciante, non scritta affatto male, che sembra però pascersi troppo di sangue, membra e membri, olio di macchine, innesti cyborg e vischiose poltiglie di “carne-tallo” cronenberghiano.
E anche qui, con il disperato tentativo del protagonista di sopravvivere, sarebbe potuto finire il racconto. Finora Les non ci ha fatto una gran bella figura, dobbiamo ammetterlo. Spostato a destra e a manca dagli eventi e dal suo autore, sembra proprio un poveraccio qualsiasi. Uno di noi forse. Non possiamo negarlo. Ma forse anche troppo.
Un deus ex machina discutibile salva Les. Alla fine della notte degli orrori, arrivano in prigione i reclutatori dell'esercito USA che in cambio della libertà offrono ai prigionieri di combattere nell'ennesima campagna irachena. Quando si dice “avere più c... che anima".
Durante la fase di addestramento un efficace dialogo tra il protagonista e un personaggio femminile apparso prima risolve brillantemente il problema dello “spiegone” necessario a circa tre quarti della trama. Il momento nel quale il romanziere navigato fa il punto della situazione e annuncia al lettore che sta cominciando la discesa verso il finale.
Il nostro pupazzo, assieme agli altri pupazzi, diventa quindi un aerotrasportato milite (potremmo immaginarci gli elicotteri di Apocalypse Now o di centinaia di altri film), che subisce il destino di essere però anche cavia di laboratorio. Una musica, che per contrappasso ha proprio composto Les, diffusa nelle teste dei soldati ha l'effetto di drogarli e di eccitarli oltre ogni misura, facendoli diventare sanguinosissime macchine da guerra.
Non che in fondo la razza umana non sia stata capace di compiere misfatti senza aiuto.
Le scene di orrore descritto, per quanto possano sembrare parossistiche e compiaciute, sono abbastanza in linea con la moderna iconografia delle “sporche guerre”. Quindi anche qui abbiamo sbudellamenti e stupri d'ordinanza. E' la guerra baby, non puoi farci niente.
Anche il finale dell'ultima parte, finale dei finali si potrebbe dire, chiude il cerchio nell'unico modo logico possibile.
Concludendo tre episodi in qualche modo incollati da scene di raccordo e da un sottile filo rosso, riescono a comporre un romanzo?
Tutto sommato si, anche se discontinuo e non completamente bene amalgamato, ma rappresenta una base da cui partire, perché idee lo scrittore ne ha, e in ogni caso sa come metterle su carta. Se è vero che questa è la sua prima prova su questa lunghezze, egli sembra conoscere i trucchi dell'esperto romanziere. I casi sono due, ottimo editing o innato talento. O una miscela di entrambe le cose. Il risultato finale è un romanzo breve, che non indugia in una serie di descrizioni che sarebbero ridondanti visto che l'iconografia a cui attinge è fin troppo presente fra noi. Scorrevole nella lettura, riesce a non farci incagliare anche nelle parti che all'apparenza potrebbero risultare ostiche. Non indugia, non gira mai a vuoto. Ma ci porta da un punto all'altro come una pallina da flipper nello stesso modo in cui fa con il protagonista, disturbandoci a volte, trascinandoci furiosamente dal punto A al punto B, ma accompagnandoci senza noia fino alla fine.
Mario Gazzola, Rave di Morte
Ugo Mursia - Pagine 176 - Euro 12,00
EAN 978-88-425-4088-5

Il Mito è tornato. Star Trek non è solo una saga di fantascienza, ma una delle rappresentazioni più alte del viaggio dell'Eroe. C'è il presagio di grandezza, che può essere accompagnato da una tragedia. C'è l'ascesa alla grandezza. Ci sono i compagni di viaggio, personaggi anche apparentemente ostili, ma che diventeranno amici dell'eroe e lo aiuteranno a compiere il suo destino. C'è un mentore, che deve mostrare all'Eroe il cammino cha ha davanti. C'è un grande antagonista. E quindi c'è la Prova. Il momento in cui l'Eroe dovrà affrontare il suo Destino e dimostrarsi all'altezza.
Ecco che quindi J.J. Abrams non ha raccontato altro che questo. Ma lo ha fatto dannatamente bene.
L'impresa era ardua. Riprendere dei personaggi che hanno fatto storia, James T. Kirk, Spock, Leonard McCoy, Hikaru Sulu, Pavel Checov, Uhura, Montgomery Scott e riscriverne la leggenda. Roba da fare tremare i polsi a chiunque.
Non fate caso a quelle che il fan riterrebbe delle incongruenze. Dimenticate il fanatismo di chi osserva, con saccenza, che l'avvenimento "X" contraddice quello che è stato detto nell'episodio "tal dei tali".
In verità dei fan Abrams non se ne è dimenticato, riuscendo a riscrivere le origini del Mito, senza rinnegarlo. Complimenti a Roberto Orci e Alex Kurtzman, o forse allo stesso Abrams, per la trovata che chiude il cerchio, con una logica assolutamente ineccepibile.
Tutti bravi. A cominciare dal regista e produttore, J.J. Abrams che confeziona un film senza un attimo di stanca, con un ritmo incalzante, con serrati colpi di scena e tante emozioni.
Non dimenticherò mai Hikaru Sulu che affronta un romulano all'arma bianca, in bilico su una piattaforma sospesa sopra il pianeta Vulcano.
Sono emozioni vere, che non possono lasciarci indifferenti, raccontate con personaggi archetipici, che vivono avventure dalla valenza universale. Poco importa che viaggino sopra astronavi, anziché su carri alati, o che usino il teletrasporto invece di un incantesimo. La magia è la stessa. Fidatevi.
Ottimi, tutti, gli interpreti. Senza timori reverenziali non scimmiottano i precedenti illustri, ma danno il loro contributo assolutamente personale alla leggenda. Una scelta di casting felicissima.

Forse è appena sufficiente Eric Bana, il cui personaggio, l'antagonista Nero, è però un cattivo da antologia.
E non possiamo dimenticare il duo di mentori che guida i nostri eroi: l'ottimo Bruce Greenwood, nel ruolo del carismatico Capitano Christopher Pike, e Leonard Nimoy, che ovviamente interpreta Spock anziano, guida e rifermento prima di Kirk, e poi del giovane sé stesso.
Sufficenti, ma anch'essi funzionali, Ben Cross e Wynona Rider, nei panni dei genitori di Spock, Sarek e Amanda.
L'allestimento tecnico è ineccepibile.
Bella e solare la fotografia di Daniel Mindel, che ha lavorato con Ridley e Tony Scott, oltre che con lo stesso Abrams in Mission: Impossibile 3.
Ottimo è il montaggio, serrato e incalzante, di Maryann Brandon e Mary Jo Markey, parte integrante della squadra di J.J. Abrams sin da Alias.
Le scenografie reinventano l'aspetto dell'universo di Star Trek omaggiando il passato quanto basta, merito dello scenografo Scott Chambliss (membro fisso della squadra di Abrams anch'egli). L'Enterprise, grazie alle sue invenzioni è, come sempre, la co-protagonista del film.
Belli i costumi di Micheal Kaplan, che aggiorna il look classico tanto quanto basta.
Le musiche e gli effetti sonori sono sicuramente la marcia in più di questo film. Micheal Giacchino ha costruito una partitura semplicemente eccezionale, che non imita mai per un momento il classico tema di Alexander Courage, salvo poi citarlo e riprenderlo alla grande al momento più opportuno, come doveroso omaggio al mito.
In ogni caso il tema originale di questo film, grandioso ed epico, è frutto della personalità di Giacchino, che è quindi degno di affiancarsi con pari dignità agli illustri predecessori.
Gli effetti sonori meritano anch'essi un tributo; il sound Designer Ben Burtt, ha dato un contributo, parole dello stesso Abrams, pari al 51% del film. Non è enfasi pubblicitaria fidatevi. Il rumore di fondo del ponte, le cataclismatiche esplosioni, e anche il "rumore" del vuoto dello spazio, sono il degno completamento della narrazione. Gli effetti sonori sembrano cosa da poco, ma sbagliarli in un film del genere avrebbe distrutto ogni buona intenzione. Detto per inciso, Burtt, ha vinto 4 premi Oscar, il primo dei quali per un "filmettino" degli anni '70 chiamato Star Wars, e ha ricevuto vagonate di altri premi e di nomination. Scusate se è poco.

L'intera operazione è quindi nata sotto buoni auspici. Grazie alla trovata della sceneggiatura il film non è in realtà un vero e proprio prequel, nè un restart che fa piazza pulita di tutto il patrimonio di storie che dal 1966 appassiona milioni di persone nel mondo. E' invece una storia che (sembra contraddittorio visto che parla del passato ma è così) porta avanti e verso nuove direzioni un franchise che sembrava non avere più nulla da dire, pur conservando tutti gli elementi che l'appassionato di lunga data conosce e ama, come il sogno ottimistico di Roddenberry, l'integrazione tra razze, non solo umane, ma anche aliene. C'è persino il sacrificio della tutina rossa!
Tutto questo resistendo alla moda del momento di rendere cupo e oscuro il mondo di Star Trek, come se per forza qualsiasi rilettura in chiave moderna debba per forza essere dissacrante e violenta. Operazione legittima quando il restart riguarda personaggi cupi e oscuri alle origini come Batman o James Bond, ma che sarebbe stata fuori luogo con lo Star Trek degli anni '60.
E' un film sicuramente in grado di appassionare le nuove generazioni. Sono convinto che il lavoro di Abrams sia quello che sarebbe Star Trek se venisse creato oggi. E' sorprendente che il migliore interprete del sogno di Gene Roddenberry sia un produttore che non è mai stato un fan della saga.
Bentornato Star Trek, ci sei mancato.
Recensione pubblicata anche su FantasyMagazine.
Fantasymagazine e Fantascienza.com, mi assorbono molto del poco tempo libero che ho. Ma ogni tanto qualche pensiero sparso deve trovare il suo posto. E' da parecchio che volevo parlare di questo racconto, Cardanica, di Dario Tonani (l'autore di Infect@,) pubblicato sul numero 54 di Robot. L'ho letto,e divorato, qualche mese fa. Però non riuscivo mai a trovare il tempo di raccogliere le mie idee. Tant'è che me lo sono riletto più volte. Perchè in questi mesi più volte ho tentato di scrivere la recensione, e volevo rinfrescarmi le idee. Insomma avrei potuto leggere un romanzo nel tempo in cui ho letto Cardanica. Ma non è stato tempo perso. Il racconto ha retto ogni rilettura. Di cosa parla è presto detto. Un anno fa la prima antologia connettivista tentava di dare una panoramica
delle principali tematiche del movimento. Questa seconda antologia, Frammenti di una rosa quantica, non è così ambiziosa. Più prosaicamente si fregia della sua frammentarietà, sin dal titolo. Il riferimento alla meccanica quantistica evidenzia lo stato naturale del movimento, che vive continui cambiamenti di definizione, resistente a qualsiasi osservazione. Anzi proprio il tentativo di osservazione genera i cambiamenti.
L'antologia presenta quindi ancora più discontinuità, al suo interno, di quante ne avesse la prima.
Ci sono anche nomi nuovi. Ci sono i connettivisti della prima ora, ma anche semplici simpatizzanti, coinvolti perché comunque affini a un movimento che può essere tutto e il contrario di tutto.
In un anno sono successe tante cose. Scrivendo s'impara. La vittoria al premio Urania di Sezione π2 non è un evento casuale, né unico. Anche altri connettivisti hanno vinto prestigiosi premi per racconti. Infatti in questa antologia la qualità media è nettamente migliorata, pur partendo dal buon livello della precedente.
Veniamo ai racconti.
Orizzonte degli Eventi, di Giovanni De Matteo è un racconto che per struttura è da considerarsi un romanzo breve. Un racconto che oscilla tra suggestive evocazioni di millenarie civiltà, citazioni fumettistiche, paradossi della fisica e la migliore space opera. E' così ben strutturato da essere suscettibile di ampliamenti, che potrebbero portarlo al respiro del romanzo lungo.
SPAM di Filippo C. Battaglia, è un allucinato viaggio nelle estreme conseguenze dalla civiltà dei consumi. Graffiante.
L'uomo dei pupazzi di schiuma di Dario Tonani, ci mostra l'avvento di nuove forme di vita. Figlie sia dell'avanzata manipolazione dei materiali, che del software che assume auto consapevolezza. Il racconto pur tuttavia sembra fermarsi prima di possibili sviluppi. Peccato perché è molto ben scritto.
Chandra, sogna la neve che brucia di Alberto Cola.
Ossia anche le AI hanno un anima. I “ghost” che si affannano a cercare le tracce della più evoluta di esse, ossia “Miracle” se ne renderanno conto? Attenzione, la risposta potrebbe inquietare più della domanda. Bello.
Cento anni di Sandro Battisti è breve come un soffio. Ma è intenso, struggente. Le estreme conseguenze dell'ingordigia di sapere e conoscenza sono sempre dietro l'angolo. Fare attenzione. Sempre. Da leggere e da ascoltare nei reading che Sandro tiene per l'Italia.
Principio d'induzione di Roberto Furlani è un ottima drammatizzazione di un principio della fisica classica, immerso in uno scenario di guerra futuribile, in realtà fin troppo attuale. Un racconto dallo svolgimento compiuto. Uno dei migliori dell'antologia.
137 di Lukha Kremo Baroncinij.
Intelligenze naturali alimentano computer
Confiteor di Mario Gazzola è un pugno nello stomaco. Ostie mediche sono in grado di fare dimenticare i peccati, fatti e, soprattutto, subiti. L'antico rituale della confessione è quindi asservito a scopi che il racconto esplicita senza pudore. Ottimo senso del ritmo, esaltato nei reading dalle ottime capacità espressive del suo autore, ma capace di emozionare anche alla sola lettura privata.
L'ultima stanza del mondo di Alex Tonelli ha per protagonisti quattro sopravvissuti a una pestilenza mondiale. Ma l'essere chiusi in una stanza, senza contatti con il mondo, li renderà protagonisti di uno dei più classici paradossi quantistici. Buona costruzione dei personaggi.
Afterlife di Daniele Pasquini.
Il racconto narra di un futuro nel quale l'anima, dopo la morte, diventa un software da caricare in un software di realtà virtuale. La vera e definitiva Second Life. Ovviamente nulla è mai semplice come si crede. Non completamente sviluppato, a mio giudizio, ma il tema è interessante.
Esperimento quantico di Domenico Mastrapasqua racconta di un novello icaro quantistico. Del sempre eterno protendersi oltre ogni limite fisico. Ovviamente le conseguenze di questa ricerca sono sempre imprevedibili.
La favola nera di Marco Milani è la coniugazione in chiave connettivista dell'eterno scontro dell'uomo con le sue paure. In questo caso di un bambino, che affronterà lo spauracchio più temuto, “l'uomo nero”. Buonissimo il dialogo.
L'istante gelido di Fernando Fazzari è un aneddoto, più che un racconto. Una Bologna non molto lontana dall'attuale fa da sfondo a una resa dei conti tra padre e figlio, con toni da racconto maistream.
Amiens (1905) di Simone Conti è una delle punte di diamante di questa antologia. E' possibile fare interagire Jules Verne con tutti, dico tutti, i personaggi delle sue opere? Chi è il misterioso nemico che insieme dovranno affrontare? Da leggere. Non me ne vogliano gli altri, ma è il mio racconto preferito dell'antologia. Assolutamente da leggere.
In conclusione un'antologia tutta da leggere. Come già scrissi l'anno scorso, i connettivisti hanno il maledetto vizio di parlare poco, e scrivere tanto. E il maledetto coraggio di esporsi, in un momento che continua a essere poco felice per la fantascienza. Non posso poi non fare i miei complimenti a Giorgio Raffaelli per le splendide immagini a corredo dei racconti, che avrebbero meritato la stampa a colori. Ma capisco anche l'esigenza meritoria dell'editore di mantenere un prezzo abbordabile. Ottima è poi la 
Prendete e leggetene tutti.
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E' nel solco aperto da tali storie e personaggi che il Laboratorio Sociale Crash e lo scrittore Valerio Evangelisti, affiancato da un team di esperti traduttori, hanno deciso di pubblicare in anteprima europea gli scritti inediti del grande romanziere di fantascienza nella raccolta "Scorrete lacrime disse lo Sceriffo".
Storie e racconti per troppo tempo rimasti nel buio di un cassetto chiuso, per troppo tempo private del privilegio di essere sfogliate da mano umana. Storie che narrano, come nel più fortunato "La Città Sostituita" , della lotta tra potenze sovrumane e malefiche per il controllo della città, delle parole e della memoria. Storie che vedono protagonisti personaggi e politici impazziti manipolare la realtà e la memoria collettiva in accordo con le proprie paranoie, fino al punto in cui diventa arduo riconoscere per il lettore ciò che e' reale e ciò che, invece, e' semplice costruzione immaginaria di una mente perversa. Malefici "Golem", creati da perfidi burocrati stregoni, verranno aizzati contro la povera gente, contro i cittadini di fantomatiche città o semplicemente contro chiunque non concordi con i capricci e le fantasie del "Necromante" politico di turno."