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Emanuele Manco
Scritti, impressioni, opinioni.
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infiltrare nelle industrie Wayne. Poi ancora c'è Gordon, non ancora Commissario, che interviene nel momento in cui c'è da mettere in galera qualcuno, con una squadra di uomini fidati. Della partita però vuole essere anche Harvey Dent, ambizioso e onesto procuratore distrettuale, disposto a dare supporto legale alla battaglia. Tutti hanno un ruolo, tutti sanno cosa vogliono gli altri. La partita è dura, sporca, ma ha regole chiare. L'arrivo del Joker, il matto, sconvolge tutti gli equilibri. Un criminale avido, per quanto bizzaro, è più prevedibile, ma il Joker no. E' completamente folle. Le sue motivazioni e suoi piani aderiscono più alle teorie del caos, che al determinismo. Tutti i protagonisti della vicenda si muovono in una Gotham che non ha bisogno di essere spettrale e piovosa per essere inquietante. Rapine, omicidi vengono effettuati anche alla luce del giorno, e i trasferimenti di denaro sporco, vengono realizzati in uffici luminosi, con ampie porte a vetri, che non riescono a essere sinonimo di trasparenza.
fotografia stile anni '80. Ma ancora durante il film il tema musicale di quella serie ritornerà, per non parlare di un cameo dello stesso Ferrigno. Si c'è anche il sorridente, alias Stan Lee, che appare per qualche secondo anche in questo film. Come da copione. Se dovessi sintetizzare tutto il film in una frase direi: HULK SPACCA! Ed è questo il fulcro della vicenda. Sganassoni, esplosioni, auto che volano, palazzi che crollano. C'è tutto il campionario. In tutta sincerità c'è poco altro. La vicenda comincia in Brasile, dove Banner si è rifugiato per sfuggire al governo americano. Ironia della sorte, lavora in una fabbrica di bibite energetiche al guaranà. Studia arti marziali per controllare il respiro. Dopodichè comincia l'azione. Il governo americano lo trova, ovviamente, e dal quel momento in poi sarà tutto un fracasso, fino allo slug fest finale con Abominio, sui tetti dell'immancabile New York. Il cast sulla carta è buono. Pur tuttavia Edward Norton è appena sopra la soglia della sufficienza. Liv Tayler è bella, e pure spiritosa. Ma non saprei, non c'è alchimia tra i due. William Hurt ha smesso di recitare da un sacco di tempo ormai. Tim Roth gigioneggia in modo imbarazzante. Ora però rilancio. E' un popcorn movie. Perchè da un film di super eroi dovrei aspettarmi qualcosa di più di un sano divertimento per famiglie? Perchè ci sono molti modi di fare un buon prodotto di intrattenimento, e questo raggiunge a malapena la sufficienza. La raggiunge perchè tecnicamente è ineccepibile. E tutto sommato registi anche più quotati hanno sbagliato clamorosamente l'obiettivo, pur disponendo di budget paragonabili. Per cui lode al mestierante Leterrier. Poi perchè è un film inserito nel nascente universo cinematografico Marvel. Sono presenti lo Shield e le Stark Industries, e compare anche Robert Downey jr, nel ruolo di Tony Stark. I Vendicatori arriveranno. Se invece tornerà Hulk... A giudicare dagli incassi penso di sì. Resta a voi giudicare se è una promessa o una minaccia.
dopo l'abbandono da parte dell'eroe, si è ricostruita una vita, e ha avuto un figlio, Mutt, interpretato dall'astro emergente Shia LaBeouf. Un po' macchiettistico il personaggio della bella cattiva di turno, Irina Spalko, interpretata da una giocherellona Cate Blanchett.
scuola, diventando in breve tempo popolarissimo. Troverà anche l'amore e dovrà però affrontare le conseguenze delle sue azioni. Sarà una grande occasione di crescita per lui.
personaggi, la serie non temeva confronti con il cinema. La serie, prodotta dalla HBO dal 1998 al 2004 fu una delle prime serie del genere "chick lit". L'espressione inglese chick lit si riferisce a un genere letterario emerso negli anni '90 e rappresentato da scrittrici soprattutto britanniche e statunitensi, che si rivolgono prevalentemente a un pubblico di donne giovani, single e in carriera. A questo genere appartengono numerosi best seller internazionali dell'ultimo ventennio. Come il romanzo di Candace Bushnell che ha ispirato la serie, della quale il film è la prosecuzione. Il film riprende, quattro anni dopo il termine della serie la serie, le vicende delle protagoniste. La pellicola si libera del suo debito nei confronti della serie abbastanza presto, già durante i titoli di testa riesce nell'impresa di dare il minimo delle informazioni necessarie sui personaggi. Giusto per non lasciare senza informazioni il pubblico che non l'avesse vista. Dopodichè le vicende del film cominciano a vivere di vita propria. I riferimenti a fatti e situazioni del telefilm sono veramente assolutamente circoscritti a quanto raccontato all'inizio. Io non ho visto tutti gli episodi della serie, anzi penso di averne visti un decimo, ma ho seguito il film tranquillamente. Essendo già la serie originale molto cinematografica, l'adattamento è stato quasi senza sforzo. C'è qualche location estera ed esterna in più. Anche scenografie e costumi erano molti curati nel telefilm, anzi, hanno influenzato anche parte dell'estetica cinematografica delle commedie americane odierne, per cui nulla da eccepire anche su questo fronte. La trama all'inizio non sembra decollare, attorcigliata intorno alla presentazione degli aspetti più "glamour", poi però quando si concentra sui personaggi ritrova il vecchio smalto, e dipana un intreccio assolutamente godibile. La durata supera le due ore, senza che ci sia la sensazione di assistere a un telefilm inutilmente allungato. IRON MAN
Un film di Jon Favreau.
Con Robert Downey Jr., Terrence Howard, Jeff Bridges, Shaun Toub, Gwyneth Paltrow.
Genere Azione, Supereroi.
Durata 126 minuti.
Produzione USA 2008.
Distribuzione Universal Pictures.
Lo penso da sempre e lo ribadisco, trarre un film da un fumetto di super
eroi non è cosa facile. Sono scivolati nell'impresa registi anche molto accreditati. Il fatto è che quello che funziona nel mondo del fumetto, non funziona al cinema e viceversa. C'è bisogno di un regista capace di stringere un “patto di sospensione dell'incredulità” molto forte con i propri spettatori, ma che d'altra parte, introduca con misura i necessari elementi di realismo, in assenza dei quali l'intera operazione perde di credibilità. Non che questo ragionamento non valga anche per altri action movie. Troppe volte si assiste a scene di azione così esagerate da infrangere qualsiasi patto con lo spettatore. Detto questo, temevo molto un film su Iron Man. Come in generale temo ogni film su un super eroe. Adoro questo genere fumettistico, e proprio per questo temo sempre che malfatte trasposizioni cinematografiche mettano questo genere in ridicolo. Non è questo il caso. Il regista Jon Favreu, che si è persino ricamato un piccolo ruolo nel film, come autista di Tony Stark, non è proprio un novellino. Già discreto attore televisivo, amico intimo e collaboratore del comico Vince Vaughn, ha già diretto film non eccelsi, ma con ottimi attori, come il film di esordio “Made – Due imbroglioni a New York” (2001), con Vaughn nel cast, ma anche con Famke Janssen e Peter Falk, e “Zathura – Un'avventura spaziale” (2005) con Tim Robbins. Non è quindi nuovo a film ad alto tasso di spettacolarità.
Inoltre c'è da ricordare che questo film è il primo co-prodotto dalla Marvel stessa. Il prossimo sarà Hulk. Favreu compie diligentemente il suo ruolo di regista su commissione. Non cerca di dare una visione “artistica”, o un rilettura in chiave problematico esistenziale della mitologia del super eroe. Si limita a raccontare, molto bene, una storia. La storia di un personaggio che non è mai stato al massimo della popolarità, ma che ha sempre avuto negli anni uno zoccolo duro di appassionati molto attenti. La storia di Tony Stark, genio miliardario, ben interpretato da Robert Downey jr. Stark è il titolare della più importante e tecnologicamente avanzata, fabbrica di armi degli Stati Uniti. Come molti ricconi vive una esistenza frivola, tra feste e divertimenti, senza badare bene all'uso che viene fatto dei prodotti della sua fabbrica. Recatosi in Afghanistan per una dimostrazione, viene gravemente ferito in un attentato, e catturato da un gruppo di terroristi, i quali gli impongono di costruire per loro un prototipo di una delle sue più avanzate armi. Per farlo gli mettono a disposizione armi fabbricate dalla sua stessa fabbrica, arrivate in mano ai terroristi per misteriosi canali, la scoperta dei quali è oggetto della trama del film. Messo davanti alle estreme conseguenze del suo operato Stark cannibalizza la sua stessa tecnologia per realizzare un dispositivo che metta in grado il suo cuore, gravemente danneggiato da una scheggia durante l'attentato, di funzionare al meglio e tenerlo in vita. Questo stesso dispositivo alimenta un'armatura che il geniale inventore riesce a costruire proprio sotto il naso dei suoi carcerieri. Con questo rudimentale prototipo Stark riuscirà a liberarsi dai terroristi. Recuperato nel deserto afghano, al suo ritorno negli Stati Uniti deciderà di cessare la fabbricazione di armi, e di costruire di contro una versione più evoluta della stessa armatura. La prima parte del film riprende in maniera molto fedele le origini del personaggio, che nel fumetto originale si recava in Vietnam, attualizzandole. Se devo fare un appunto a questa prima parte è l'ho trovata parecchio semplicistica nella definizione dell'ambiente. Mi ha ricordato molto i film di guerra degli anni '80. Ma non quelli di Oliver Stone e Stanley Kubrick, ma i “Rambo” e i film con Chuck Norris. Stereotipati appaiono i terroristi e il loro accampamento per esempio. Pur tuttavia questo approccio non è lontano da quello originale del fumetto, e della Marvel anni '60. Anche quell'universo poteva essere definito come una buona approssimazione dell'universo reale. Quello che importava non era l'accuratezza dell'ambientazione, ma l'uso drammatico della stessa, e che la storia alla fine non perdesse di efficacia. Così per questo film, il quale, supportato da un ottimo cast ci fa superare le limitazioni di questa prima parte. Infatti al ritorno negli States di Stark il film decolla. I personaggi cominciano a crescere di spessore. Sia Tony, che Virginia "Pepper" Potts, la segretaria tutto fare, ovviamente segretamente innamorata del suo capo, interpretata con molto garbo da Gwyneth Paltrow. Decisamente in parte sono anche Jeff Bridges, nel ruolo del socio in affari di Stark, Obadiah Stane, e Terrence Howard, nel ruolo di Jim "Rhodey" Rhodes. Poco sviluppato, praticamente un cameo è invece Harold "Happy" Hogan, interpretato dallo stesso Favreu, che probabilmente ha voluto concentrarsi più sulla regia che sulla recitazione. In effetti il film presenta una serie di sequenze veramente spettacolari, molto curate. Il film ha un buon budget e lo utilizza molto bene. Nella vicenda entrerà poi in gioco anche lo S.H.I.E.L.D. (Strategic Hazard Intervention, Espionage and Logistics Directorat) una agenzia di spionaggio e contro spionaggio inventata a bella posta nell'universo Marvel. A rendere credibile l'operazione c'è da un lato una serie di trovate assolutamente plausibili. Quando Iron Man comincia a sperimentare il volo per esempio, scopre anche i più elementari principi della fisica per esempio, come il principio di azione e reazione, e scopre che ad alta quota sull'armatura si forma il ghiaccio. Non sono banalità. Abbiamo visto troppo spesso Superman volare nello spazio, in spregio a qualsiasi elementare legge della fisica. A parte una notevole cura dei dettagli tecnologici, veramente molto credibili se non verosimili, non crediate che tra esplosioni, segreti e agenti segreti, convulse scene di azione e sfoggio di tecnologia avanzata, il film si prenda troppo sul serio.
Il registro, a parte la prima mezz'ora, è ironico, senza scivolare nel comico o nel parodistico. Un sottile filo di ironia, che mi fa paragonare questo film ai migliori Bond movie. Il film è comunque il primo tassello di un progetto più ampio, che probabilmente potrebbe portare al cinema un concetto finora poco sfruttato, ossia che nell'universo Marvel i vari personaggi interagiscono spesso tra loro. Infatti Tony Stark apparirà nel prossimo film su Hulk. In questo film invece oltre alla presenza dello S.H.I.E.L.D., vi devo segnalare la chiosa finale, ossia una sequenza montata alla fine dei titoli di coda, che preannuncia l'inevitabile sequel, introducendo un personaggio molto caro ai Marvel-Fan. Non andatevene quindi. Restate in sala fino alla fine.
Pur tuttavia sarà Andy, che in realtà non naviga in buone acque, e durante il film scopriremo perchè, a proporre ad Hank una rapina. E non una rapina qualsiasi. Gli proporrà di rapinare la piccola gioielleria gestita dai loro genitori. Che ci siano in giro ancora professionisti come Sidney Lumet è una garanzia. La rappresentazione di questo dramma umano e familiare, camuffato da noir, è senza sbavature. L'uso magistrale della tecnica del flashback enfatizza i momenti più drammatici. La tensione non solo non crolla mai, ma cresce sempre di più, fino al finale. Gli attori sono tutti ottimamente in parte, da Philip Seymour Hoffman nel ruolo di Andy, al trasformistico Ethan Hawke, capace di vestire il ruolo di Hank come una seconda pelle. Altro gran maestro, riferimento per i più giovani, è un magistrale Albert Finney nel ruolo del padre. Marisa Tomei è una bella riscoperta, dopo anni di appannamento, seguiti a un inizio di carriera scoppiettante. Chapeu a Lumet, il cui linguaggio è ancora capace di evolversi verso tecniche e soluzioni visive attuali, rimanendo solidamente classico. Non insegue i parossismi del pulp più moderno, pur mostrando esplicitamente la violenza. La sceneggiatura non ha buchi logici. La fotografia è forse senza guizzi particolari, ma questo è soprattutto un film di attori e di situazioni. Nessuno si salva nel suo viaggio verso la dannazione, non c'è appello. Per cui le immagini non inseguono sofismi visivi, magari tesi a rassicurare lo spettatore. Il risultato è un film buono, anzi ottimo.Non è un paese per vecchi
Un film di Ethan Coen, Joel Coen. Con Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin, Woody Harrelson, Kelly MacDonald, Garret Dillahunt, Tess Harper. Genere Thriller, colore 122 minuti. - Produzione USA 2007. - Distribuzione Universal Pictures -
Llewelyn Moss trova, in pieno deserto, i resti di uno scontro a fuoco, e numerosi cadaveri.
Uno scambio di droga andato male. Trova anche una valigetta con due milioni di dollari.
Il pur onesto Llewelyn cede alla tentazione e si appropria della valigetta. Ma quel denaro ha padroni potenti, che non sono disposti a cederlo così facilmente. Data la sua inesperienza Llewelyn si troverà ben presto inseguito da un killer taciturno e implacabile, bande di messicani dalla mitragliata facile e dal pacato e disilluso sceriffo Bell, l'unico che vorrebbe tirarlo fuori dal pasticcio nel quale si è cacciato. Durante il film assistiamo quindi a una serie di scene di fortissima tensione, magistralmente realizzate dai fratelli Coen. I personaggi sono ben costruiti, e ben interpretati. La ricostruzione di ambiente assolutamente convincente. A tre quarti di film mi ero convinto di essere davanti a un grande film. Poi improvvisamente tutto si sgonfia, in un epilogo anti-catartico. Ma non è questo che mi ha disturbato del film. A disturbarmi è stato il fatto che per l'ultima interminabile mezz'ora non si capisca più che senso abbia il film. I personaggi si parlano addosso, e il film, da asciutto e amorale, diventa didascalico e moraleggiante. Insomma il cambio di registro non giova alla pellicola. Premetto che non ho letto il libro di Cormac McCarthy che ha ispirato il film. Per cui non so se il difetto sia da ascriversi alla storia o al suo adattamento cinematografico. L'impressione generale che ho avuto è stata di un opera, che fatta la media tra pregi difetti, si allontana di moltissimo dalle migliori opere dei Coen, risultando, a mio giudizio, poco più che sufficente. Come se alla fine il premio Oscar ai due fratelli sia stato riconosciuto quasi come indennizzo per quello, che sarebbe stato meritassimo, di Fargo. Peccato. Veramente un peccato.
Ratatouille
Regia di Brad Bird e Jan Pinkava
Remy è un topolino dotato di un olfatto straordinario, superiore a quello già ottimo di un normale ratto, nonchè di
talento naturale per la buona cucina. In seguito ad eventi fortuiti, si trova separato dalla sua colonia e approda a Parigi, sede del ristorante fondato dal suo Chef preferito: il famoso Gusteau. Qui Remy conoscerà con il giovane ed imbranato Linguini, un timido sguattero, che, grazie ai consigli del topo-chef, diventa ben presto famoso tanto quanto il maestro. A frapporsi fra i due e la fama si para il temibile critico gastronomico Antone Ego, responsabile della morte di crepacuore del Maestro Gusteau, in seguito a una pessima recensione.
Ratatouille conferma la mia tesi, ossia che i signori della Pixar abbiano aggiunto qualcosa di più alla Disney. Vediamo se riesco a definire il mio pensiero. La Disney ha avuto sicuramente una età d’oro. Quella dei classici, da Biancaneve a Cenerentola, ad Alice nel Paese delle Meraviglie, fino ad arrivare agli Aristogatti, ma giusto per fare qualche titolo a caso. Poi è seguito un periodo di appannamento, intorno agli anni ’70. Il timido rinascimento è iniziato intorno agli inizi degli anni ’90. Il gobbo di Notre Dame e Pocahontas per esempio sono ormai dei nuovi classici. La Disney, per quanto sia sempre apparsa strutturata come una major, ha invece sempre esplorato nuovi linguaggi e tecniche. Con un dinamismo unico nel mondo del cinema. I suoi film sono classici per famiglie, ma piccoli elementi stravolgono dall’interno gli stilemi narrativi. Sono piccoli particolari tecnici o narrativi. La tecnica di animazione di Biancaneve, la scelta di brani molto atipici di musica classica per Fantasia. Ma anche la partitura jazz degli Aristogatti, il bacio alla francese tra Aladino e Yasmine. Insomma ci sarebbe da scrivere un lungo trattato sulle innovazioni presenti nei film Disney. Chi ha voluto imitare i film Disney è sempre incorso nell’errore di usare stereotipi. Credendo che esista uno “stile Disney”. Secondo me esistono diversi stili Disney, tutti diversi e atipici. I film peggiori sono quelli che credono di individuare uno stile, fanno un film “alla Disney”. Gli ultimi innovatori arrivati alla Disney sono i signori della Pixar. E non solo per la computer grafica. L’aspetto tecnico è solo la punta dell’iceberg. Il contributo della Pixar non è solo tecnico. Sono anche le storie a non essere banali. Anzi, superato ormai lo stupore per la tecnica, se non avesse una buona storia non sarei qui a osannare Ratatouille. Non che la tecnica non sia all’avanguardia. Ma ormai molte limitazioni tecniche sono superate. Dalla resa dei peli, al movimento dell’acqua. La Pixar ha sempre portato avanti la tecnologia un passo avanti. Ma il punto di forza sono le storie. Sin da Toy Story abbiamo assistito a cartoni molto curati nella caratterizzazione dei personaggi. A trame molto solide e ben strutturate. A dialoghi credibili e talvolta geniali. Tutto questo tenendo conto della sospensione dell’incredulità. Senza questa premessa iniziale come potremmo credere alla storia del ratto che volle farsi cuoco? Brad Bird ci conduce a un mondo dove tutto è possibile. Basta avere il talento e la dedizione necessaria, e nessuno ostacolo è insormontabile. Una favola buonista? Forse, ma il finale non è poi così scontato, pur se tutto sommato felice. Il ratto Remi ha un sogno e i mezzi per realizzarlo, ma anche ostacoli in apparenza insormontabili. Una serie di eventi anche fortuiti lo metterà in grado di diventare un cuoco. La sceneggiatura non ha sbavature, non ha elementi trascurati, o per dirla in gergo, “pistole che entrano in scena e non sparano”. Ottimamente tratteggiati i personaggi, sia Linguini, che la sua collega Colette, unica donna in cucina, impegnatissima a farsi largo nel maschilista mondo della ristorazione. Ma anche il resto dei personaggi componenti l'eterogenea cucina è ottimamente definito, anche da poche e ben azzeccate battute. Così come il cattivo Skinner, per concludere con Anton Ego, che compie una interessante e non banale riflessione proprio sul mondo della critica, applicabile sia alla cucina che al mondo della critica in generale. Ratatouille è quindi questo, una splendida avventura, ottimamente realizzata. Plaudo anche alla scelta caricaturale compiuta nell'animazione degli esseri umani. Molto più più funzionale del motion capture a mio giudizio. In Polar Express sembrava di vedere un film di manichini. Qui tutto è lasciato ancora alla tecnica sopraffina di animatori e intercalatori. E nei titoli di coda i signori della Pixar ci tengono molto a dirlo! Nonostante l'uso del computer c'è una cura artigianale dell'animazione. La sigla finale è in animazione tradizionale, insomma non sono i computer che disegnano qui. I computer, com'è giusto che sia, sono solo uno strumento. Siamo quindi alla piena maturità della computer grafica, che ormai non costituisce da sola l'unico motivo di interesse per un film. Ma, come dicevo prima, per la Pixar non è mai stato così. Anche il cartone introduttivo, che mostra un rapimento alieno molto sui generis ha dei momenti di puro genio. Così come il trailer del prossimo Wall-e che sembra promettere molto bene. Ottima e sempre ben scritta la partitura musicale di Micheal Giacchino. Mi era piaciuta molto di più quella di The Incredibles, ma questa, pur senza avere momenti geniali, segue molto bene la vicenda, anche se con meno personalità della precedente. Ma quello che per me è un difetto, per altri può essere un merito. Rimane una partitura di ottimo livello.
Plaudo quindi al genio dei signori della Pixar, che innovano la tecnica, senza dimenticarsi delle buone storie e delle tecniche che danno anima all'animazione.
Post pubblicato anche su Pordemovie & Friends
Ted Kotcheff e interpretato da Jane Fonda e George Segal, attualizzato agli anni del flop della new economy. Infatti parla di un giovane manager, di quelli che negli anni '80 si chiamavano "rampanti", che perde il lavoro a causa del tracollo della sua società. Il manager è un misurato Jim Carrey, qui forse meno esplosivo che in altri ruoli. Sua moglie è interpretata da Tea Leoni. Un'attrice che forse meritava migliore fortuna. Oppressi dai debiti i due si dedicheranno al crimine, salvo poi scoprire che la bancarotta della società era ovviamente fraudolenta, e quindi architetteranno un piano per vendicarsi del proprietario dell'azienda, il solito monoespressivo Alec Baldwin. Il film ha i ritmi giusti e non annoia. Oltretutto mostra con leggerezza alcune serie problematiche. Come l'immigrazione clandestina. Paradossale ma plausibile la scena dove Carrey viene scambiato per chicano e si introduce clandestinamente nel suo paese! L'alchimia tra i due interpreti scatta subito. Cosa questa fondamentale in una commedia. Anche il ritmo non cala mai. I tempi sono quelli giusti.