|
|
>
|
Emanuele Manco
Scritti, impressioni, opinioni.
|
Sabato 12 luglio 2008, alle 20.30, alla Comuna Baires, via Parenzo 7 si terrà la presentazione del'antologia di racconti (tre o quattro sono di fantascienza) di Giuseppe De Micheli, autore già noto per la sua precedente antologia “Granelli di Sabbia”, nonché come vincitore della Sviccata, e il cui racconto finalista del Premio Galassia, è pubblicato sul numero 54 di Robot.
Sabato 12 Luglio 2008, 0re 20,30
Comuna Baires - Via Parenzo, 7
20143 Milano
Presentazione di Renzo Casali, Incontro con gli autori, letture, e... Musica balcanica e rom con la Piccola Orchestra del Villaggio Solidale
CIRCOLO PICKWICK
Presenta:
TRAME
Racconti di Giuseppe De Micheli
Le storie narrate dagli uomini sono sempre nuove o ricalcano schemi ripetitivi?
Gozzi, Schiller, Goethe, Polti sono giunti alla conclusione che tutto quanto è stato raccontato, dagli albori dell'umanità ad oggi, oralmente, per iscritto o portato in scena, è classificabile in un numero limitato di situazioni tragiche. Polti ha sistematizzato la materia nel suo Les Trentesix Situations Dramatique del 1895.
Giuseppe De Micheli ha provato a scoprire una nuova situazione, ma non ci è riuscito: tutti i suoi racconti si sono incasellati, senza sforzo, in una delle trentasei situazioni già note. In questa antologia vengono presentati i racconti corrispondenti alle prime 18 situazioni di Polti.
2008 Editori della Peste
INGRESSO LIBERO, si prega di prenotare
Durante la presentazione sarà possibile cenare con pizza
Tel: 0289121317 - 0289786301
Ulteriori precisazioni:
- la presentazione non durerà più di un ora e sarà inframmezzata dai canti del trio balcanico (voce, chitarra, fisarmonica)
- al termine proseguirà l'esibizione del trio balcanico. Chi vuole potrà ballare.
Mi chiedo spesso cosa porti a leggere un libro anziché un altro. La domanda è quasi retorica. Ogni libro che leggiamo ha una sua storia personale. Nessun lettore ha un percorso sovrapponibile a quello di altri. Come sia arrivato a leggere questo libro esula dallo scopo della recensione. Sappiate solo che grazie a questo percorso però ho avuto modo di conoscere, seppure non approfonditamente
l'autrice. E' sorprendente ritrovarsi a leggere un romanzo con la voce del suo autore. Ancora più sorprendente visualizzare la protagonista con le fattezze dell'autrice. Nonché attribuire ai vari personaggi i volti delle persone care alla stessa, visti alla presentazione del volume. In fondo non è così. Rosa non è Irene, la protagonista del romanzo. Ma c'è qualcosa di Rosa in Irene per forza di cose. E' lei che ha donato al personaggio il soffio vitale. E le ha donato una singolare caratteristica, quella di percepire il dolore delle persone che le stanno vicino. Fino a starne male. La cosa è molto scomoda se poi il personaggio è una cronista di cronaca nera, costantemente a contatto con dolori di ogni sorta. Da questo primo conflitto scaturiranno in realtà molti altri conflitti. Una narrazione compatta, che si avvia con molta circospezione, ci introduce a un complesso mondo narrativo, fatto di personaggi e situazioni che sembrano vivere di vita propria. Attenzione, non sto dicendo che sfuggano al volere della scrittrice, quello che voglio dire è che il notevole lavoro di costruzione dei personaggi e dell'ambientazione è molto curato. Il risultato di una così buona preparazione è una storia che, dopo qualche capitolo di presentazione dell'ambiente e dei personaggi, scorre senza intoppi, facendosi leggere senza alcuna fatica. La trama “gialla” è parte integrante dell'opera. Non risulta niente affatto pretestuosa, come capita troppo spesso. La sua risoluzione è molto coerente nella sua linearità e semplicità. Come dicevo, non solo sono curati i personaggi, ma anche l'ambientazione. Una Milano assolutamente riconoscibile, ma fuori dagli stereotipi. Il linguaggio è moderno senza essere “modernista”, ossia è assolutamente privo di quei neologismi che molti autori inseriscono per dare sfoggio di sé. La parola che mi viene più in mente se penso al romanzo è “modestia”. Non è un giudizio sulla qualità del romanzo, che è buono. Bensì l'atteggiamento che sembra trasparire da ogni pagina. Una volta tanto abbiamo un'autrice che non pretende di insegnarci il senso della vita in ogni riga, ma che, con molta modestia, si limita a raccontare una storia, e lo fa molto bene. Non pensiate che un minimo di insegnamento, dalla storia di Irene, non si possa trarre, ma per fortuna l'autrice non ce lo fa pesare. Lei racconta la storia, lasciando a noi lettori il compito di trarne le dovute conseguenze.
In campo musicale realizzare la "cover" di una canzone del passato è una pratica molto frequente. Ossia non si sconvolge nessuno se un artista decide di suonare una canzone di un altro. Lo scopo non è sopperire alla mancanza di ispirazione, almeno non sempre, bensì quello di rendere omaggio a un artista molto apprezzato o a una canzone molto amata. Le cover meglio
riuscite non sono quelle che cercano di rendere fedelmente la canzone modello, cosa tra l'altro impossibile, ma sono quelle che portano il contributo della diversa sensibilità artistica dell'"imitatore". Ricordo per esempio una bellissima versione di Eric Clapton della canzone “Little Wing” di Jimi Endrix.I risultati sono sempre opinabili, perché dipendenti dal gusto di chi ascolta. Questa pratica non è comunque poco diffusa in letteratura. E' diffuso l'uso della citazione, talvolta più o meno esplicita. Talvolta i romanzi si ispirano a situazioni di altri romanzi, penso ai Bridget Jones, ispirati a Orgoglio e Pregiudizio, oppure ai libri di Moccia, che pestano (male) lo stesso mortaio di Cime Tempestose. Anche nel cinema poi il “remake” è realizzato da registi e produttori a corto di idee. Talvolta il remake è una operazione artistica anche in questo caso, si pensi a Psycho di Hithcock, rifatto da Gus Van Sant.
L'operazione di Matrone è sostanzialmente diversa. Più simile al remix di un dj, che alla cover o al remake in realtà. Matrone, e l'ho appreso ascoltandolo alla presentazione del libro, ha preso il testo originale, “La vita intensa” di Massimo Bontempelli, lo ha fatto a pezzi, e ricomposto, in maniera casuale. Ha poi sia inventato frasi e concetti di sana piante e credo che anche che abbia tagliato parti che non lo convincevano. In questo momento non ho ancora letto il testo originale e non posso fare confronti. In realtà voglio esprimermi proprio sullo specifico di questa “cover”, senza fare confronti con il testo originale. Le mia conclusione, quindi riguarda il libro di Matrone come opera a sè stante. Penso che ci troviamo davanti a un un libro ben scritto, con un testo che riesce a essere sia colto che brillante. Molto pieno di considerazioni sulla visione del mondo dell'autore “attuale”. Il divertimento della scrittura poi traspare da ogni pagina. L'autore riesce quindi ad andare oltre il patto tra lettore e scrittore, e riesce a far sentire il lettore suo complice in questa marachella letteraria. La scorrevolezza del testo e la sua piacevolezza, rendono l'esperienza di lettura fin troppo breve. Come tutte le cose belle, sembra che duri troppo poco. Ma non posso considerarlo un difetto. Preferisco un libro le cui pagine scorrano con piacere, che un testo del quale non vedo l'ora di finire la lettura per dimenticarlo. In questo caso, posso anche dire che il testo regge a una rilettura. Consigliato per godere del piacere della lettura.
Maurizio Matrone
Il commissario incantato
Romanzo di avventure
Marcos y Marcos - 214 Pagine -14.50 Euro
Recensione pubblicata anche su Il leggio
scrittore, fino a giungere a un imprevedibile finale.Come accostarsi a un autore sul quale si è scritto di tutto? Un autore preso a modello dai suoi contemporanei e dalle generazioni successive, sul quale sono
stati scritti fior fiore di saggi critici, tesi di laurea e chissà quant'altro. Io come sempre arrivo buon ultimo, e senza pretesa di completezza. Seguendo il mio percorso di lettore caotico e onnivoro sono arrivato a questa antologia chiamata “La Milano nera”, curata Oreste del Buono. La selezione contiene i quattro romanzi della serie "Duca Lamberti", e le raccolte di racconti “Milano Calibro 9” e “I centodelitti”. Il tutto è introdotto da un racconto autobiografico intitolato “Io Vladimir Scerbanenco.”. Il filo conduttore dell'antologia è la città nella quale le storie sono ambientate. Milano anni '60. Una città che è protagonista tanto quanto i personaggi dei romanzi e dei racconti.
Scerbanenco nacque a Kiev, in Ucraina, nel 1911, da padre ucraino e madre italiana. Giungerà in Italia dopo la morte del padre. Interrotti gli studi per motivi finanziari, egli s’adatta ai mestieri più disparati (fresatore, magazziniere, fattorino) prima di cominciare a collaborare con dei periodici femminili, dapprima in qualità di correttore di bozze, poi come autore di racconti e romanzi rosa, campo nel quale ben presto diviene uno dei più quotati specialisti. La bibliografia è immensa, 82 romanzi, oltre 1.000 racconti, a punteggiare un percorso letterario che va dal 1933 al 1969, dai 22 ai 58 anni. I romanzi che più gli daranno la notorietà arrivano però quasi alla fine dell'enorme produzione letteraria di Scerbanenco, e quasi alla fine della sua vita. Infatti il primo romanzo del ciclo ossia “Venere Privata” è del 1966. L'ultimo è del 1969. In questi romanzi Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'Ordine e condannato al carcere per aver praticato l'eutanasia su una donna in agonia. Lamberti in seguito diventa una sorta di investigatore privato che collabora con la questura di via Fatebenefratelli a Milano, in particolare con il commissario di origini sarde Càrrua. La serie di Duca Lamberti, porta all'autore il grande successo, grazie alle molte versioni cinematografiche della stessa e ai riconoscimenti internazionali a lui assegnati , tra cui il prestigiosissimo Grand Prix de Litérature Policière francese, nel 1968.
Dicevo che Milano è co protagonista delle storie narrate in questo volume. Con le sue vie, il suo clima umido, la sua nebbia. Luoghi comuni? No, a Milano, talvolta, sorge il sole. Ma la Milano di Scerbanenco è anche una città che, negli anni '60, cresce oltre la sua capacità di razionalizzare. Cosmopolita suo malgrado. E dove si concentra tanta crescita, tante opportunità, è ovvio che si concentri anche l'anima nera. Dove c'è il meglio c'è anche il peggio. E' un dato di fatto. L'autore non tratta mai queste questioni con enfasi. Ma con tono sommesso. Pacato. Pur tuttavia non rifugge da crude descrizioni dei crimini, senza autocompiacimento o voglia di splatter gratuiti. E' certamente ancora un linguaggio che non conosce gli eccessi della nostra epoca, dove alla pochezza di quanto si ha da dire si sostituisce la ricerca dell'effettaccio fine a se stesso. Scerbanenco dice tanto dell'umanità milanese. E alla fine il suo tono sommesso risulta dirompente. Le trame poi sono sempre molto logiche. Era ancora un epoca nella quale l'intreccio non doveva essere inutilmente complicato. Non c'era bisogno di allungare il sugo con inutili sotto trame. Scerbanenco va diritto al punto. Il suo personaggio è paziente. Con metodo certosino parte dall'osservazione di ciò che sembra ovvio, e scopre invece che niente è mai quello che sembra. Le sue intuizioni non appaiono mai forzate, ma assolutamente logiche. Non troverete mai “pistole che entrano in scena e non sparano”. Non troverete mai personaggi e situazioni abbandonati a se stessi per mancanza di idee, o per semplice dimenticanza dell'autore.
Dire oltre delle trame dei romanzi significherebbe privarvi del piacere della scoperta. Mi fermo su questa soglia, perché ogni indagine come ogni lettura, comincia sempre al buio.
Giorgio Scerbanenco
La Milano nera di Scerbanenco (a cura di Oreste del Buono)
744 Pagine
Editore Garzanti Vallardi
Contiene:
Molte volte mi incaponisco con il rispetto per gli stilemi dei generi. Qualcuno mi ha detto che, nel mio piccolo, mi sono fatto la fama di “severo recensore”. Ho una convinzione. Per stravolgere i generi bisogna intanto conoscerli bene. Non mi arrogo la sapienza. Sto cercando di imparare. Il percorso di un aspirante scrittore passa anche per delle buone letture. Di gialli ho letto sempre meno che di altri generi. Non so bene, ma forse nessuno lo sa, quale sia la sottile distinzione tra giallo e thriller. Il mio percorso di lettura nel genere giallo, si è imbattuto stavolta in un “classico”. Ossia, come si è intuito già dal titolo, ne “La promessa” di Friedrich Dürrenmatt, del 1958. Il sottotitolo è eloquente: “Un requiem per il romanzo giallo”. L'ambizione dello scrittore quindi non è solo quello di raccontare una storia “gialla”, ma anche quella di raccontare forse il giallo definitivo, di levarci dalla testa l'illusione che il giallo possa anche solo lontanamente rappresentare la realtà. Il percorso compiuto è assai convincente. Il romanzo è in apparenza agile. Le relativamente poche pagine fanno pensare a qualcosa che ti occuperà al massimo una serata. In realtà ogni riga è ben pesata, e assai comunicativa. Non ci sono capitoli inutili qui. Sin da subito. E l'attenzione deve essere assolutamente alta. Non puoi leggerlo sovrappensiero questo romanzo. Devi tornare subito indietro. Quale sublime differenza rispetto alle noiose pagine dei best sellers di oggi, che vendono parole a un tanto al chilo. Il romanzo si apre con una conversazione tra uno scrittore di gialli e un ex commissario di polizia di Zurigo. Il tema è il romanzo giallo. Ossia quanto questo genere di romanzi presenti una distorta visione della realtà. Nei romanzi gialli, attraverso ragionamenti logico deduttivi, i colpevoli vengono sempre smascherati. Nella realtà le indagini non sempre sono così lineari, e talvolta la soluzione, se arriva, arriva in modo assolutamente casuale o improbabile. Già Pirandello aveva cominciato la riflessione sulle differenze tra reale e verosimile La realtà è vera per definizione, la finzione deve preoccuparsi di sembrare verosimile. La conseguenza è che la realtà talvolta sembra più finta della sua ricostruzione. Probabilmente se si costruisse un romanzo giallo descrivendo una vera indagine, si verrebbe accusati di aver costruito un romanzo poco credibile.
Il romanzo quindi continua, per illustrare il suo punto di vista, il poliziotto racconta di un delitto e del commissario di polizia Matthäi, soprannominato "mattatutti". Il commissario, per onorare una promessa, metterà in gioco tutta la sua vita, pur di scovare un omicida seriale di bambine. Non vorrei raccontare altro. E' un romanzo dalla cui analisi strutturale ogni aspirante giallista deve imparare. Ma non solo. Ogni aspirante scrittore. I personaggi sono caratterizzati con estrema precisione. Così come efficaci e verosimili sono i dialoghi. Straordinario è il finale. Che in un certo senso è comunque il trionfo del ragionamento logico deduttivo, anche se il romanzo non tradisce mai le sue premesse.
Le impressioni generali che ne ho tratto è che forse devo cominciare a guardare con occhi diversi al ciò che leggo. Non tutti forse saranno dei Dürrenmatt, ma bisogna dare il beneficio dell'inventario a chi con i generi tenta di dire altro. Certo un capolavoro così non nasce ogni anno. E' chiaro che per destrutturare bisogna prima sapere strutturare. Non si può fare arte astratta, senza conoscere le fondamenta del disegno accademico. La lettura di questo romanzo è quindi consigliata, non solo ai lettori più o meno scafati, ma anche a noi scribacchini, sempre in cerca di buoni maestri.
Dürrenmatt Friedrich
La promessa. Un requiem per il romanzo giallo
150 Pagine
Prezzo € 7,00
Traduttore Daniele S.
Editore Feltrinelli (collana Universale economica)
Recensione pubblicata anche sul Leggio
Ho già parlato di questo libro, consigliandone l'acquisto a scatola chiusa. Ora che l'ho letto vi sottopongo la promessa (minacciata?) recensione.
Premetto che mai quarta di copertina mi sembrò più indegna del contenuto. Odio chi mi deve annunciare le sue grandi intenzioni. La frase “un investigatore hard-boiled stile classico”, è un proclama pretenzioso. Mai annunciare le proprie intenzioni. La creazione per slogan delle aspettative è un trucco di quart'ordine. Lasciate al lettore scoprire di che genere sia il romanzo. A cosa si ispira. Non prendete il lettore per
cretino. E' come se un comico prima della battuta dicesse “attenti che ora si ride”. Non si fa. Ma di tutto questo Giovanni De Matteo, ossia X, è incolpevole. Lui è l'autore. Il marketing è cosa da editori. Ogni libro ha pregi e difetti. Il maggiore pregio di questo libro è la forma ricercata. La volontà di non ridursi a una banale storiella, ma di esporre quanto più possibile delle esperienze librarie e delle idee dell'autore. E' sicuramente un libro che ha ottime pagine. Prese singolarmente sono delle autentiche esperienze. Sul fronte saggistico e dell'infodump il testo è curato. Anche se a mio giudizio alcune spiegazioni scientifiche potevano essere rese in forma più divulgativa. I paradossi della meccanica quantistica possono essere spiegati anche senza formule. Il lettore di fantascienza è avvezzo al linguaggio scientifico, ma la divulgazione è arte che si può imparare. Giovanni è un giovane autore, per cui può imparare. Anche la caratterizzazione dei personaggi manca di spessore. Ma questo è in parte voluto. L'autore attinge volutemente a caratteri ben definiti. Tanto squadrati da apparire stereotipati. E' una gabbia sulla quale alla fine racconta ciò che vuole. Un giallo, non troppo originale, che ci vuole introdurre a un universo futuro. Una napoli post apocalittica, e post singolarità. Ma quello che mi chiedo è perchè sul futuro non possa splendere un accecante sole. Tanto accecante da soffocare le persone con il puzzo della spazzatura in decomposizione. No, anche qui il futuro è umido. La spazzatura è bagnata e umidiccia. Puzza lo stesso, ma siamo davanti all'ennesima riproposizione di un futuro piovoso. La cosa mi ha annoiato da tempo. Ma è solo un espediente. Pazienza. Fa parte della gabbia sopra citata. Uno scivolone che mi ha lasciato perplesso è invece la confusione tra i gradi della polizia. Non so. Non trovo nel testo alcuna giustificazione del fatto che si mischino gradi di esercito e polizia. Nella polizia italiana non ci sono ne tenenti ne capitani. Bensì ispettori e commissari. Magari in seguito all'avvento della singolarità c'è stata una riorganizzazione dei corpi di polizia, una unificazione tra carabinieri e polizia. Non so. Ma non viene detto da nessuna parte. Mi dispiace che dopo tutto il lavoro di documentazione fatto sulle questioni scientifiche, Giovanni sia scivolato su questo. Le stesse fonti documentali potevano essere attinte per informarsi meglio sull'argomento.
Salve quindi le intenzioni, posso solo dire che Giovanni può solo migliorare. Il mestiere di scrittore si impara scrivendo. Le ingenuità di oggi saranno sicuramente superate. La stoffa c'è. Ora al talento deve affiancarsi tanta sana applicazione.
Recensione pubblicata anche su Carmilla On line
Il romanzo non l'ho ancora letto. Ma sono molto fiducioso. Baso la mia fiducia su altre cose che ho letto di Giovanni, come la sua antologia di racconti Revenant, e un suo racconto presente nell'antologia Supernova Express, della quale ho scritto qui. In ogni caso, per il suo bene, farò da questo blog una recensione dettagliata. Il romanzo si chiama Sezione π². Ha vinto il premio Urania, edizione 2006. Premio in passato vinto da gente del calibro di Valerio Evangelisti o Luca Masali, senza offesa per i tanti altri. Mica pizza e fichi.La Luce di Orione
di Valerio Evangelisti
L'attesa per un nuovo romanzo con protagonista l'inquisitore Nicolas
Eymerich si era fatta spasmodica. Dopo “Mater Terribilis”, del 2002, c'era stato, di “canonico”, ossia scritto direttamente dal "Magister", solo il volumetto “La sala dei giganti”, che poi era una sorta di antipasto di questo romanzo. Dopo tanti anni di attesa, le aspettative dei fan di Valerio non sono andate deluse. Premetto che mi posso ascrivere a questa categoria, per cui mi scuserete la parzialità di questa recensione. Cercherò di esercitare un certo senso critico. Ma in questo caso mi viene difficile. Il romanzo è buono, anzi ottimo. Sicuramente un prodotto della maturità dello scrittore Evangelisti. Sono ormai da tempo abbandonate le ingenuità di caratterizzazione dei personaggi e delle trame. Sempre eccezionale e precisissimo il retroterra storico e culturale. Potete stare certi che se Evangelisti scrive di che vino si bevesse a Bisanzio nel 1366, non tirerà a indovinare. Ed è quel gusto europeo che riesce ad accompagnare l'intreccio alla precisione documentale, che è il punto di forza dell'opera di Valerio. A tutto questo si aggiungono le due sotto trame, ambientate in allucinante futuro prossimo venturo, nelle quali Evangelisti continua a tessere la trama delle sua personale storia futura. Altro elemento caratterizzante l'opera sono i parallelismi tra passato e futuro di finzione, e il nostro presente. I rimandi all'attuale crociata bushiana sono palesemente esplicitati. Più sottili, ma non meno azzeccati le analogie tra le diverse epoche del romanzo. La decadente Bisanzio, nella quale gli uomini armati sono tutti di provenienza straniera, è evocata quasi immediatamente da un decadente impero americano, dove tutti i tecnici qualificati provengono da etnie diverse. E' quindi non solo un romanzo di avventure, di orrore e di pura fantascienza, ma anche uno specchio deformante con il quale ci viene data una chiave di lettura del nostro presente. Tutto questo senza annoiarci, ma appassionandoci, come solo un buon prodotto “di genere” sa fare. Un'alchimia quasi unica nel suo genere.
La luce di Orione, di Valerio Evangelisti (2007) Strade Blu Mondadori, pagg. 334, Euro 15,50.
Recensione pubblicata anche sul Leggio
Questo post è trasversale. Vuole riassumere una serie di riflessioni suscitate dalla visione di due film e dalla lettura di un libro. I due film sono le pellicole biografiche che, nel 2006, sono state dedicate alla vita di Truman Capote. Ma non a tutta la vita, ma solo a un momento particolare. Ossia la stesura del libro reportage "A sangue freddo". Quanto sia stato importatante nella vita di Capote quel periodo è testimoniato dal fatto che, dopo averlo scritto, di fatto Capote non ha potuto scrivere altro, tanto è stato devastato da quella esperienza.
In generale penso che i due film siano complementari. E assolutamente complementari alla lettura del libro, che è una esperienza intensa anche per il lettore. Uno di quei picchi che ogni buon lettore deve affrontare, ma con un intenso allenamento preventivo. Perchè è un libro che non ti lascia per come ti trova, ma ti scava dentro le emozioni e i sentimenti più profondi.